La prima volta di VOLT

Verso le elezioni europee del 26 maggio 2019, dopo aver introdotto Frans Timmermans (per il Partito Socialista Europeo), Guy Verhofstad per l’ALDE e Manfred Weber per il Partito Popolare Europeo, oggi vi proponiamo un’ intervista esclusiva di Giampiero Moncada per Uè al coordinatore nazionale di VOLT : Mario Ferretti. Buona lettura!

La prima volta di Volt: “Siamo il primo partito di giovani che nasce europeo

Con il congresso del 2 e 3 febbraio a Firenze, partirà la grande sfida: raccogliere 150mila firme per presentare una propria lista alle prossime elezioni europee.
Nato come movimento a marzo del 2017, Volt potrebbe essere presente nel Parlamento europeo con propri deputati dal prossimo giugno. E non solo italiani ma di buona parte dei Paesi dell’Ue.
Ma chi sono e cosa propongono i fondatori e gli attivisti di questo nuovo partito?
Ué lo ha chiesto al coordinatore nazionale, Mario Ferretti, studente in Economia e scienze sociali alla Bocconi di Milano.photo-2019-01-31-13-36-3128129

D: Quando Volt è nata, i fondatori pensavano già di voler fare un partito o l’idea è venuta strada facendo?
R. Era già nelle intenzioni dei fondatori, che erano un italiano, un francese e un tedesco. Ma l’intento era di fare un partito paneuropeo ed essere presenti in tutta l’Unione europea e perfino fuori dell’Unione. Infatti, fra i 31 Paesi nei quali Volt è presente ci sono anche Svizzera e Albania. Ma siamo anche in alcuni Paesi dell’Est. Come la Bulgaria, dove la nostra presenza ha un significato particolare, vista l’atmosfera poco libertaria che si respira da quelle parti.

D. E quanti siete?
R. In Italia siamo circa 3mila e in tutt’Europa 20mila. Il gruppo milanese è il più numeroso: non a caso, Andrea Venzon, uno dei tre fondatori, è di Milano.venzonvolt

D. L’identità di Volt è quella di un partito europeista. Ma a parte questo, cosa propone? Su quali modelli economici e sociali si basa il suo programma?
R. Dobbiamo chiarire che, come partito, noi ci vogliamo proporre non solo per le elezioni europee ma anche per i vari parlamenti nazionali. Se dobbiamo cercare una etichetta, potrei dire che siamo progressisti in modo convinto. Però questa è una definizione a rischio di equivoci perché non ha lo stesso significato dappertutto. Noi intendiamo progressisti nel significato anglosassone: non per contrapporre la sinistra alla destra ma per comprendere tutto ciò che porta al progresso. I nostri valori fondamentali sono quelli della libertà da conciliare con la sostenibilità.

D. Quindi, una prevalenza di tematiche ecologiste?
R. Anche qui dobbiamo intenderci sul significato: sostenibilità non è solo ambiente ma si può riferire, per esempio, alla finanza pubblica. E questo della sostenibilità finanziaria è un argomento che trova molta sensibilità in Italia, soprattutto tra i giovani. Quindi, teniamo certamente all’ambiente ma anche all’equità sociale.

D. Quella dell’età giovane è fose l’altra caratteristica più visibile: molti vi vedono quasi come un movimento studentesco.
R. Forse, ma noi non vogliamo essere giovanilisti. Cioè, un partito fatto di giovani che parlano ai giovani e così via. Certo, l’età media è di 35 anni, ma teniamo molto alla competenza.
I temi politici vanno considerati anche sul piano locale, cioè nazionale. Anche se Volt è un unico movimento europeo, siamo giuridicamente singole entità per ogni Paese. Ma a parte l’aspetto formale, è necessario declinare la nostra visione comune nelle varie realtà. Perfino a livello di singoli Comuni. Per esempio, la corruzione è un argomento che in Italia trova maggiori sensibilità, rispetto ad altri Paesi. Quindi, Volt Italia è la sezione di Volt Europa, così come un partito nazionale ha poi le varie sezioni regionali o comunali.

D. In questa visione unica, però, i temi ambientali sembrano predominanti, a guardare il vostro sito. Ed è una tematica tradizionalmente presidiata dalla sinistra.
R. È vero. Da una parte, siamo per il libero mercato, quindi a tutela dell’impresa. Ma quello che manca alla politica italiana ed europea è una visione di lungo termine. Di pensare all’Italia e all’Europa da qui ai prossimi 20 o 30 anni. Quindi, il libero mercato va bilanciato per evitare i suoi possibili fallimenti e le sperequazioni. E in prospettiva, da qui ai prossimi decenni l’ambiente sarà fondamentale, come purtroppo sappiamo bene. Ecco perché non si può pensare nell’ottica delle prossime elezioni ma guardare molto oltre. Il fatto di essere giovani ci aiuta molto, in questo, perché siamo portati a pensare al futuro, al nostro futuro. E a un partito di lunga durata.

D. Quindi siete perdenti in partenza. Perché i voti si conquistano, come vediamo sempre più spesso, con le promesse a brevissimo termine.

R. Non c’è dubbio che guardando al futuro, non dimentichiamo i problemi immediati. Ma lo facciamo con un’ottica di prospettiva sulla quale gli elettori credo che proprio adesso siano più interessati. Paradossalmente, proprio questo Governo sta spingendo in questa direzione, perché sta facendo capire con le promesse non mantenute che determinati problemi non si possono risolvere a suon di slogan e nel giro di qualche mese. Per esempio, il tema dell’immigrazione, che può essere un problema o anche un’opportunità. Ma a condizione che si pensi in ambito europeo e programmando a lungo termine. La stessa cosa sta avvenendo con quota 100 o con il reddito di cittadinanza. E non è per essere contro questo Governo, perché vogliamo essere propositivi e non solo critici. Ma certo vediamo che riescono solo a litigare con l’Unione europea mentre i morti a mare aumentano.
Questa visione unitaria e di prospettiva, poi, andiamo a interpretarla in ambito locale, con tematiche che sono presenti in un determinato territorio. Ma le risposte che diamo devono essere incanalate in un discorso comune. In modo che poi non arriviamo in Consiglio europeo e ci scanniamo.

D. Ci sono stati altri partiti, a cominciare dai Radicali, che si sono proposti come organizzazioni paneuropee e sono stati i primi a portare Internet in Italia proprio per consentire alle varie organizzazioni di tutt’Europa di comunicare quasi a costo zero. E la sinistra ha sempre proposto tematiche transfrontaliere. Perfino le forze politiche antieuropee hanno progettato accordi in ambito europeo. A prima vista, si potrebbe dire che non proponiate niente di nuovo.
R. Certo, la tecnologia ci aiuta moltissimo perché ci consente di lavorare on line comunicando con gli altri gruppi olandese, danese o francese come non si poteva fare una volta. Ma i partiti e i movimenti che hanno provato a seguire percorsi simili al nostro non sono mai riusciti ad arrivare a una presenza così omogenea su tutto il territorio continentale e sono rimasti, invece, legati molto ad alcuni Paesi. I Radicali erano strutturalmente legati all’Italia molto più di noi. Mentre i tentativi di coordinamento sovranazionale delle Sinistre si sono sempre basati sui partiti nazionali pre-esistenti, quindi con un messaggio meno forte del nostro. Noi siamo, fin dalla fondazione, un movimento politico strutturalmente europeo.

D. E con questa visione di ampio respiro e di largo raggio, riuscite a mantenere un rapporto con il territorio, con le piccole realtà quotidiane? Per parlare con la gente comune, non ci si può certo limitare alle relazioni via Internet.

R. È vero, le persone bisogna incontrarle vis à vis. La politica si fa in primo luogo ascoltando le persone e di persona. Per questo organizziamo molti eventi, come gli incontri Volt in tour, e i cosiddetti tour di ascolto. La differenza è che gli incontri servono a scambiare delle idee e, quindi, a raccontare le nostre proposte. Mentre nei tour di ascolto ci limitiamo ad ascoltare le persone per sapere cosa ne pensano della situazione attuale senza nemmeno mettere in evidenza l’appartenenza a Volt. Anche perché vogliamo avere delle risposte non condizionate ma spontanee e sincere. Le loro risposte, poi, le raccogliamo e le trattiamo con metodi statistici.

D. Puoi fare un calcolo approssimativo di quante persone avrai incontrato in questo anno e mezzo in giro per l’Italia?

R. Difficile, ma parliamo di qualche migliaio. Per esempio, a Milano riusciamo ad avere circa 150 persone a ogni evento e ne facciamo in media uno al mese. Considerando tutti gli eventi che organizziamo in giro per l’Italia, ne abbiamo uno al giorno.

1534850894_voltD. Dopo avere incontrato tante persone, hai cambiato qualcosa nelle idee che avevi quando hai cominciato?

R. Ci si rende conto dei problemi che davvero esistono e dove i partiti tradizionali hanno fallito. D’altra parte, i partiti populisti hanno trovato il loro spazio proprio grazie a queste esigenze ignorate, ma propongono solo slogan che non portano nulla di concreto.

D. Ma tu sei uno studente di Economia, come molti dei tuoi colleghi di Volt. Non c’è bisogno di andare in giro per quartieri popolari per sapere quanti disoccupati ci sono in Italia.

R. Verissimo, ma conoscere le dimensioni numeriche non è come parlare con il disoccupato e sentire cosa prova pensando che suo figlio vivrà più problemi di quanti ne abbia vissuti lui. C’è un aspetto emotivo che lo studio e le statistiche non possono trasmettere. E il voto, a sua volta, è spesso deciso in modo emotivo più che razionale.

D. Le persone che incontrate nei vostri eventi sono persone deluse dai partiti che hanno votato o gente che non vota da tempo?

R. Gli eventi viene gente che si interessa di politica, e difficilmente non vota. Ecco perché poi facciamo i tour di ascolto dove invece andiamo a cercare le persone nelle periferie, per strada, nei centri commerciali. A volte anche casa per casa. Tra queste persone, naturalmente, ce ne sono tante che non votano.

D. Se puntate a recuperare gli astensionisti, gli altri partiti non vi vedono come dei veri competitor.

R. Non è facile recuperare un astensionista. Più che altro, noi evitiamo di concentrarci sulle critiche agli altri partiti perché vogliamo essere propositivi. Naturalmente, se ci presentiamo è perché riteniamo che le loro risposte non siano adeguate. Ma abbiamo anche registrato dalle persone intervistate la voglia di sentire più proposte che attacchi agli altri partiti.

D. Come vi sostenete economicamente?

R. La nostra fonte principale è il crowd funding. Abbiamo anche le donazioni, ma queste le limitiamo perché vogliamo mantenere la nostra indipendenza. E comunque, sopra i 3mila euro devono rendere pubblici nome e cognome perché ci teniamo molto alla trasparenza. È un limite inferiore a quello di legge.