Mercato Unico: 25 anni e non sentirli

1° gennaio 1993. In questa storica data entrò in vigore il Single european act: con questo si intese procedere alla completa integrazione dei mercati nazionali degli Stati membri. Oggi, a venticinque anni dalla nascita del mercato unico, le opinioni in tema sono molte e spesso contrastanti. Da una parte, eminenti statisti ed economisti ribadiscono la sua vitale importanza. Dall’altra parte, molti dei partiti euroscettici attivi nel continente hanno sposato posizioni opposte: dalla promessa di nuovi dazi doganali, avanzata in Italia dal leader del Carroccio, si è arrivati addirittura a proporre l’uscita dal Mercato unico (politica nota alle cronache più recenti col nome di “hard Brexit”). Eppure, anche negli schieramenti più estremisti non sono mancate opinioni contrarie. Per esempio, il politico conservatore britannico Owen Paterson, fervente sostenitore proprio della campagna per il leave, ha di recente affermato che “solo un pazzo uscirebbe dal Mercato unico“. Il che dovrebbe essere un chiaro indice di quanto variegate siano le posizioni in tema. Nel nostro piccolo, vogliamo perciò tentare di offrire uno spunto di riflessione di quali siano stati gli effetti prodotti dal fenomeno del mercato unico in questi venticinque anni che sono trascorsi dalla sua nascita. E farlo nel modo più oggettivo possibile (europeismo permettendo, s’intende).

mercato unico digitale

Il Mercato unico europeo costituisce ad oggi, su scala globale, l’esempio più riuscito ed esteso di integrazione tra economie nazionali. Con cinquecento milioni di cittadini e un PIL totale che si attesta attorno ai quindicimila miliardi di euro all’anno, il mercato interno supera per dimensioni anche quello statunitense. I pilastri costitutivi di questa integrazione economica sono noti come le four freedoms: libertà di circolazione di beni, servizi, persone e capitali; pensate nell’ottica di permettere un’allocazione più efficiente di questi fattori in un panorama esteso come quello continentale. L’integrazione è stata peraltro realizzata sia con l’abolizione dei dazi doganali tra Stati membri sia con l’armonizzazione delle diverse legislazioni nazionali, volta ad eliminare gli ostacoli giuridici alla piena cooperazione economica. Allo stato attuale, larghissima parte degli scambi commerciali cross-border del continente sono intrattenuti tra imprese di Stati aderenti al Mercato unico, a riprova di quanto l’integrazione economica abbia contribuito ad accrescere lo sviluppo economico dei singoli Paesi coinvolti.

Per quanto riguarda i risultati finora raggiunti, i dati pubblicati da Eurostat parlano chiaro: il volume degli scambi commerciali tra gli Stati membri è cresciuto ininterrottamente dal 2009, fino a raggiungere il picco di 250 miliardi di euro l’anno scorso. Al netto della narrativa pessimistica dei partiti euroscettici nostrani, l’Italia risulta essere uno dei maggiori beneficiari di queste dinamiche: infatti, nel solo 2016 il nostro paese ha registrato una bilancia commerciale in positivo per oltre cinquanta miliardi di euro. E, non a caso, ben quattro dei cinque maggiori partner commerciali del nostro Paese risultano essere Stati membri dell’Unione europea. Germania e Francia da sole costituiscono la destinazione di più del 20% delle esportazioni italiane.

In definitiva, anche oggi, i dati parlano chiaro: un paese come l’Italia ha finora guadagnato molto dalla scelta di aderire al mercato unico, statistiche alla mano. E l’idea che dall’oggi al domani un governo sostenuto da forze euroscettiche possa decidere di muoversi in senso opposto, è semplicemente deleteria così per il progetto di integrazione europea come anche (e soprattutto, aggiungerei) per il sistema produttivo italiano.