L’aria che tira

Col finire del 2017 è terminata anche una delle stagioni elettorali europee più intense di sempre: 11 Stati membri hanno attraversato le relative fasi elettorali, ognuna delle quali è stata caratterizzata da una miscela esplosiva di sovranismo in grado di mettere a rischio la tenuta politica del blocco europeo. Questo perché ciascuna delle tornate elettorali nascondeva dei pericoli populisti, anti-UE e anti-Euro. Proprio per questi motivi abbiamo deciso di raccontarvi gli appuntamenti elettorali più importanti del 2017: Olanda, Francia, Gran Bretagna, Germania, Catalogna e Austria.

Olanda
wilders

Una tornata elettorale non si può definire tale in mancanza di almeno un fenomeno dalla capigliatura strana. Noi abbiamo la folta capigliatura del Cavaliere disegnata con la Bic, nel Regno Unito hanno la tanto infantile quanto strana chioma platino di Boris Jhonson, e in Olanda hanno il parruccone da drag queen di Geert Wilders. Meglio non proseguire oltre l’Atlantico. Tornando a noi, il 15 marzo 2017, oltre 13 milioni di olandesi si sono riversati alle urne per decidere la composizione parlamentare dei Paesi Bassi. La ferratissima battaglia nordica ha visto due principali competitors: Mark Rutte, liberale ed europeista di un centro-destra moderato, e Geert Wilders, xenofobo e anti-islam di estrema destra. Nonostante le elezioni siano state vinte dalla ragione, cioè da Rutte, la frangia estremista olandese è riuscita comunque a dettare l’agenda politica: Wilders è riuscito a imporre i suoi temi anche nel discorso politico di Rutte, portando quest’ultimo a spiegare agli immigrati che sono i benvenuti soltanto se condividono i valori olandesi, in caso contrario la direzione sarebbe la porta di con scritto sopra “Exit”. Parole dure e non usuali per un moderato, ma nonostante ciò si brinda. Si brinda perché poteva andare molto peggio, dato che la differenza percentuale tra i due esponenti non è così schiacciante come dovrebbe essere: 21% per il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (di Rutte) e 13% Partito per la Libertà (di Wilders).

Francia

In Francia sono serviti 2 turni per incoronare Emmanuel Macron presidente. Dopo aver vinto il primo turno, il 23 aprile 2017, con il 24% dei voti, ha sfidato al ballottaggio del 7 maggio Marine Le Pen, leader del Front National, un partito di estrema destra e antieuropeo, vincendo con il 66.1%. Macron è il volto nuovo della politica francese ed Europea. Dopo aver ricoperto la carica di ministro dell’economia, dell’industra e del digitale nel secondo governo Valls, nel 2016 crea il movimento “En Marce!”. Forte del largo consenso in patria, Macron approfitta dei problemi della Merkel a formare un governo e si candida a essere la guida dell’Europa.  Avrà il carisma adatto? Dal canto nostro, speriamo che, in questo ruolo, sappia mettere davanti agli interessi dei francesi quelli europei.

Macron Merkel

Germania

Il rinnovo del Bundestag non è mai stata un’incognita. Il risultato sembrava chiaro fin dalle settimane, se non mesi, che precedevano il voto: Angela Merkel sarebbe diventata cancelliera della Repubblica Federale di Germania per la quarta volta di fila. Tuttavia, non è stato tutto così scontato, erano due le variabili che tenevano alta l’attenzione su questa tornata elettorale: la nuova formazione di governo e la percentuale di vittoria della CDU. Le elezioni del 24 settembre 2017 hanno voluto premiare il partito della futura cancelliera con il 33% dei voti. Non un gran risultato. Infatti, alla tornata precedente, quella del 2013, l’Unione Cristiano-Democratica della Merkel aveva guadagnato ben 8 punti percentuali in più. Ovviamente, è noto che anche per i socialdemocratici della SPD non sia andata meglio. Dal 26% del 2013, il partito dell’ex presidente del Parlamento europeo ha ottenuto la fiducia soltanto del 20,5 dei votanti nel 2017. Questa ustionante sconfitta ha portato Schulz a dover gestire una serie di sfortunati eventi che l’hanno portato, il 13 febbraio 2018, a dimettersi dalla guida del SPD, dopo neanche un anno di segreteria. Fermi tutti! Le sorprese non terminano qui. Gli xenofobi, euroscettici e populisti di Alternative fur Deutschland sono riusciti a posizionarsi al terzo gradino del podio delle elezioni tedesche. E pensare che nel 2013 non erano neanche riusciti a superare la soglia di sbarramento per accedere al Parlamento. A questo giro, invece, con il 12,6%, cavalcando l’onda populista in materia di immigrazione e crisi economica, rappresentano l’exploit formato tedesco delle forze anti-sistema. E quindi, cos’è successo in Germania? La signora Merkel, dopo mesi e mesi di trattative, è finalmente riuscita a comporre una maggioranza di governo con le forze moderate di destra e di sinistra; insomma, il solito “inciucione”, se vogliamo dirla alla Meloni. CDU e SPD insieme, ancora, verso nuove avventure!

Catalogna

La Catalogna, che ha vissuto un 2017 di fuoco, merita una menzione a parte. La ricca e prospera regione spagnola non ha mai nascosto i propri sogni indipendentisti e ha designato, al 1 ottobre 2017, un referemdum sull’indipendenza. Un referendum, però, che il governo spagnolo ha dichiarato illegale in quanto non contemplato nella Costituzione. Il Tribunale costituzionale della Spagna lo ha, perciò, annullato e ha ordinato il blocco di ogni attività referendaria. Alla fine la consultazione popolare si è svolta in un clima di alta tensione, alimentato dai continui scontri tra forze dell’ordine governative e cittadini separatisti. L’Unione europea ha ribadito che il risultato del referendum non sarebbe stato ritenuto valido finchè non approvato dal Parlamento spagnolo e dalla Corte costituzionale spagnola. Alla consultazione hanno partecipato il 43% degli aventi diritto al voto e il “sì” all’indipendenza ha stravinto con il 92% dei voti. Il governo centrale, attivando l’articolo 155 della Costituzione spagnola, ha destituito il governo regionale catalano e ha indetto nuove elezioni per il 21 dicembre 2017: elezioni in cui i tre partiti indipendentisti catalani hanno conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari ottenendone 70 su 135.

Gran Bretagna
may regno unito brexit

L’8 giugno del 2017, Theresa May ha deciso di sfidare le urne, previa encomio di Juncker (aveva già previsto tutto? Chi lo sa!). Il voto non è andato come preventivato dalla stessa May, la quale sperava in una sorta di plebiscito per i Tory, con lo scopo di ottenere una piena investitura per portar avanti a testa alta e senza interferenze politiche il dossier Brexit. Tuttavia, durante il periodo elettorale è successo di tutto: due attacchi terroristici sul territorio inglese; interruzioni delle campagne elettorali; una strategia elettorale, quella della May, sconclusionata e poco incisiva. Insomma, tutti gli ingredienti necessari per portare gli elettori nel caos da terrorismo e incertezze politiche. Di conseguenza, le urne non hanno premiato il Partito Conservatore. La Bbc, addirittura, parla di “un’umiliazione”. Effettivamente, i Tory hanno perso ben 12 seggi, passando da 330 a 318, equivalenti al 42,3%, scordandosi definitivamente la maggioranza assoluta, necessaria per poter governare da soli. Dall’altro lato della medaglia, il Labour ha ottenuto 261 seggi, cioè il 40%, con un risultato tra i migliori di sempre. Questo terremoto politico, ha portato la May ad allearsi con gli unionisti nord-irlandesi del Dup, portando a casa altri 10 seggi. Theresa May ha, quindi, perso la sua scommessa e, con la sua striminzita vittoria, si è posta alla guida di un popolo in balia degli eventi e incapace di schierarsi pro o contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il risultato? I negoziati per la Brexit sono un casino, sembrano un dialogo tra sordi!

Austria

Kurz austria

Le elezioni austriache del 15 ottobre 2017 incoronano Sebastian Kurz, leader giovanissimo (32 anni) del Partito Popolare Austriaco, con il 31.5% dei voti. I socialdemocrati con Christian Kern, cancelliere uscente, si fermano al 26.9%. Exploit per il partito di estrema destra austriaco capitanato da Heinz-Christian Strache che ha conquistato il 26% dei voti. Dal 18 dicembre Kurz è diventato cancelliere appoggiato da un governo che a sua volta è appoggiato sia dal suo partito che dal partito di estrema destra. Ma come mai l’estrema destra ha avuto tutti questi voti ed è tornata al governo? In Austria circa l’8% della popolazione è musulmana, le richieste d’asilo sono tra le più alte in Europa e secondo un sondaggio un terzo degli austriaci non vorrebbe un musulmano come vicino di casa. Con queste premesse la vera domanda è: perché l’estrema destra non ha stravinto? La risposta potrebbe essere che, forse, Kurz è più a destra di quello che sembra: celebre il suo attacco, come ministro degli Esteri, contro l’Italia per bloccare i trasferimenti da Lampedusa alla terraferma e la sua minaccia di chiusura del Brennero.

elezioni voto regno unito

Se le elezioni del 2017 hanno parzialmente tranquillizzato mamma Europa, il 2018 non si prospetta un anno a lei favorevole. Le elezioni in Italia fotografano un quadro preoccupate: in attesa della formazione del nuovo governo non possiamo non sottolineare che un italiano su due, votando M5s (32.6%) e Lega (17.3%), ha bocciato l’Europa, o almeno “questa” Europa. Inoltre la sconfitta del partito a maggior vocazione europeista, il PD (18.7%) , è sicuramente sintomo di un tema “Europa” che non ha sex appeal in campagna elettorale. Qualche settimana dopo, l’8 aprile 2018, con circa il 50% dei voti viene rieletto Orbán, esponente del partito nazionalconservatore e sovranista ungherese. Con la sua rielezione l’Ungheria rinnova l’appoggio al premier che non vuole i migranti ma che usa i Fondi di coesione messi a disposizione dall’Unione europea. Ad est dell’Europa, intanto, la Russia ha confermato, con il 76.7% di voti, il presidente russo Vladimir Putin. La battaglia serrata era tra lui e lui e per un soffio è riuscito a vincere lui. Se la fa, se la canta e se la suona. Ma tornando a noi, Svezia, Polonia, Slovenia, Lituania, Lussemburgo e Irlanda sono chiamate alle urne nel 2018. Sul banco degli imputati, l’Europa supererà la prova elezioni?

Federico D’Alesio

Francesco Russo Di Masi