Br-exit: un passato mantenuto

Perché quel movimento per una nuova Europa unita non interessava agli inglesi?

Questo interrogativo della storia politica europea, è degno di rilievo e ben fa riflettere, come la Gran Bretagna abbia sempre voluto rivendicare la sua egemonia. Una grande potenza, che aveva resistito all’espansione tedesca nella seconda guerra mondiale; mantenendo il suo imperialismo.

Tuttavia, gli anni della grande guerra li conosciamo bene o male tutti.

military_grayscale_world_war_ii_d_day_beach_1920.jpg

Sappiamo delle atrocità; di quella crudeltà ai confini dell’umanità, se di umanità qualcosa vi fosse rimasto; di corpi smembrati, di chi in quei giorni si sarebbe voluto vestire di tutto, ma non del sangue umano; di quell’innocenza, che non conosceva la vita e di quella vita diventata polvere da sparo; di una morte senza rispetto, che diventava cenere e si nutriva di miseria umana. Una miseria che seppe costruire un pezzo di storia; e di una Storia di cui, non possiamo andarne fieri!

Ma i più grandi cambiamenti derivano dai più grandi disastri. Infatti, dopo due guerre di origine europea era inevitabile una ristrutturazione politica ed economica tra gli stati.

Un primo passo per quella “pace perpetua” di cui Kant tanto aveva auspicato, si ebbe nel 1951, quando venne firmato il Trattato di Parigi  per dar vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Al tavolo dei negoziati si sedettero (con lo scopo di metter in comune queste materie prime) solo Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Tra questi non vi fu il Regno Unito.

Eppure, le parole di Churchill, nel lontano 1946, presagivano tutte le volontà della partecipazione del Regno Unito a quello che doveva essere un nuovo Stato unito. Ma così non fu, quantomeno agli albori del processo di integrazione.

churchill.900x600.jpeg

I governanti britannici si dimostrarono indifferenti al nuovo assetto europeo. L’unica preoccupazione loro consisteva, nel recupero dei possedimenti d’oltremare per risanare il Paese, completamente devastato. E infatti, al tavolo dei negoziati, almeno per i primi anni non vi sedettero.

Il rapporto tra il Regno Unito e l’Europa è sempre stato complesso. Da un lato ha cercato di portare avanti la sua partecipazione al processo di integrazione, dall’altro ha cercato di mantenere  sempre la sua indipendenza. Tant’è, che gli inglesi rimasero fermamente convinti di non accogliere la Dichiarazione Schuman (1950), come rimasero convinti di non prender parte alla Conferenza di Messina e alla firma del Trattato di Roma.

Una scelta importante, guidata dal governo conservatore di Anthony Eden; destinato ad abbandonare il suo cammino politico a causa dell’insuccesso della spedizione di Suez nel 1956.

Il futuro europeo inglese porterà il nome di Harold Macmillan: conservatore progressista e massimo esperto di politica internazionale. Ripensò totalmente la politica britannica nei confronti dell’Europa.

Perchè la decisione di entrarne a far parte, solo nel 1973?

I problemi a cui la Gran Bretagna andava incontro in quegli anni non erano pochi; non erano neanche di facile risoluzione, con la politica di isolamento, che tanto aveva protetto.

Tra questi vi erano: il tramonto della potenza inglese e l’ascesa della Cina; l’esigenza di incrementare i suoi rapporti commerciali con l’ Europa (soprattutto perché il suo essere membro della CEE, avrebbe accresciuto la sua importanza agli occhi di Washington, visto che la “ relazione speciale” con gli Stati Uniti si sarebbe esaurita); la ripresa tedesca e la necessità di mantenere gli equilibri. Così la scelta importante di presentare domanda di adesione alla CEE nel 1963, che subì il veto della Francia di de Gaulle; veto che venne riproposto anche per la seconda domanda presentata nel 1967. Insomma, se all’inizio furono gli inglesi a non voler entrare, successivamente furono gli stati ad ostacolarne l’entrata.

I problemi a cui la Gran Bretagna andava incontro non cessarono; fu così che la situazione economica si aggravò ulteriormente, negli anni tra il 1970-74, mettendo in crisi il governo Heath. Il governo fu travolto dagli scioperi, compresi quelli dei minatori; il mancato rifornimento di petrolio, che costrinse le industrie alla settimana di tre giorni, e i tagli alla distribuzione dell’elettricità contribuirono all’immagine di un paese non più sotto controllo.

edward_heath_2101100b

Fu in questa precisa situazione che il governo Heath si precipitò ad aderire alla Comunità Economica Europea.

Il Regno Unito entrò così, a far parte della CEE nel 1973.

Ciò non avrebbe certo impedito il declino dell’economia inglese, ma avrebbe dato modo di ristrutturare l’economia nazionale. Tuttavia, le negoziazioni non furono brevi, ma l’adesione alla CEE era comunque destinata a cambiare la politica inglese e il futuro del Paese. Quell’imperialismo che affondava le sue radici nell’isolazionismo ormai era finito.

Non era certo finito quell’imperialismo che, invece, affondava le sue radici nell’indipendenza; tant’è che il nuovo motto inglese fu: I want my money back! Gli undici anni della “lady di ferro”: Margaret Thatcher, incisero significativamente sui rapporti con la Comunità.

Margaret-Thatcher.jpg

La leader del partito dei Tories, si dimostrò favorevole all’ingresso della Gran Bretagna nel processo di integrazione; ma inflessibile sui contributi che ogni anno il Regno Unito versava alla Comunità. Ottenendo nel 1984 a Fontainebleu, un importante sconto sulla quota a carico della Gran Bretagna.

La Thatcher dovette però, fare i conti con la realtà del suo paese: il Pil pro-capite inglese diminuì di ben 3,6 punti percentuali in due anni tra il 1979 e il 1981; mentre negli altri paesi europei il Pil pro capite aumentò in modo consistente (di un punto e mezzo in Francia e Germania e per più di tre punti in Italia), negli stessi anni in cui il Regno Unito entrava in una drammatica recessione. Fu lei a firmare l’Atto Unico Europeo nel 1985, che impegnava gli stati membri della Comunità a rafforzare la loro coesione e a gettare le basi per l’Unione Monetaria.

Il pensiero politico europeo, elaborato nella mente dalla Thatcher, non era molto distante dalla posizione di Churchill( dichiarata apertamente nel 1946): un Regno Unito “con l’Europa ma non dell’Europa.

Per la Thatcher: “non c’è bisogno di centralizzare i poteri a Bruxell, né di far prendere le decisioni ai burocrati”. Infatti, non dimentichiamo, che il Regno Unito entrò a far parte dell’Europa con una serie di opt-out: gli accordi Schengher, adozione euro, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Cooperazione Giudiziaria e di Polizia in materia penale.

La profonda spaccatura che si creò nel partito conservatore portò la Thatcher alle dimissioni nel 1990. Pochi anni dopo, sempre un conservatore firmerà il Trattato di Maastricht (1993); tutto questo, sarà una chiara manifestazione di un partito profondamente diviso. Talmente diviso, che la crisi politica del ’97, portò in luce un nuovo volto nella politica britannica: Tony Blair.

Un labourista che seppur aveva collocato il suo partito su posizioni europeiste, con fermezza dichiarò, che la Gran Bretagna sarebbe entrata nella moneta unica “ qualora le condizioni lo avrebbero permesso”.

Al di là delle varie tesi degli euroscettici e non, una vicenda di politica esterna sarà destinata consacrare la posizione europeista di Tony Blair: la guerra in Iraq nel 2003; evento che aprirà un contrasto con Chirac e Schroder.

3058249.jpg

Con la fine del governo Blair nella vita politica inglese si presento Gordon Brown; contemporaneamente il processo di integrazione proseguiva e quando si arrivò alla firma del Trattato di Lisbona, proprio il neo-premier, si presentò in ritardo. Questo aneddoto pose fine alla stagione europeista labourista.

Perché nelle scelte politiche di Cameron prima e della May dopo, si decide per una corsa verso il Basso?

Se con il referendum del 1975 il 67% dei cittadini votò a favore dell’ingresso nella Comunità Economica Europea, a distanza di ben quattro decenni, il 51,9 % ha votato contro l’Unione Europea. Un risultato incredibile, che sancisce un “ritorno al passato”, pieno di contraddizioni(secondo alcuni).

Quando Colin Crouch, giornalista tedesco, chiese al primo ministro britannico Theresa May: “vale la pena?”. Lei dichiarò fermamente, che la Brexit avrebbe portato dei disagi per entrambi e che lo stesso processo di negoziazione sarebbe stato problematico; tuttavia, non avrebbe usato il suo addio per smantellare le regole europee del mercato di lavoro, dell’ambiente e altre norme.

È chiaro, che nella logica conservatrice della May, vi è una forte rivendicazione di quell’ imperialismo “passato” ma non dimenticato. Quel filo di Arianna, teso ai politici inglesi, sembrerebbe proprio l’aiuto al Regno Unito per segnalare la strada percorsa nel labirinto europeo e uscirne agevolmente; garantendo comunque una pace perpetua ancorata a solidi rapporti con l’Ue.

uk-prime-minister-theresa-may-applauds-trump-urges-caution-on-nbcnewscom_1339975

Perché la May è ben consapevole, dell’importanza di alcune istituzioni dell’ Ue e di conseguenza la necessità di mantenere dei legami intensi; ma da fuori. Allora la nota profezia di Churchill, sostenuta dalla Thatcher sembra esserlo a tutti gli effetti; forse non è un cambio di rotta, nè una contraddizione.

Bensì, l’ideologia politica di un popolo coerente, che non ha mai smesso di perseverare la sua amata indipendenza.

Più che di un ritorno al passato, direi: un passato mantenuto nel presente e nel futuro.

chris-lawton-95183