La preminenza europea e il conflitto con le norme interne

“Noi dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa”

Siamo nel Settembre del 1946 all’Università di Zurigo, dove Winston Churchill tenne il suo discorso più famoso e sembrava avere le sembianze di una vera e propria profezia. Da questa frase sono stati compiuti molti passi in avanti, consolidando un sistema che, non avrebbe potuto realizzarsi subito, come infatti dichiarò Schuman:

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”

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Senza ripercorrere tutte le fasi e tutte le Comunità nate prima di arrivare all’Unione europea, bisogna evidenziare come la partecipazione degli Stati europei al processo di integrazione  abbia comportato una cessione di sovranità; andando a definire un sistema europeo che fin dalle origini si è presentato nuovo nel suo genere. Nuovo proprio per la sua capacità di raggiungere non solo gli Stati membri ma anche i loro cittadini. Da quel sistema è nata un’istituzione complessa da cui è scaturito un sistema di fonti articolato, che ha dovuto confrontarsi e coesistere con gli ordinamenti interni degli Stati aggregati.

Tutto ciò non è stato certo privo di conseguenze!

La questione è stata affrontata dalla Corte di giustizia più volte, dichiarando la supremazia del diritto dell’Unione e fondando la preminenza di quello stesso diritto non su una prevalenza di norme, bensì di ordinamenti.

Nella storia italiana del processo di integrazione, la definizione dei rapporti tra l’ordinamento della Comunità europea prima e dell’Unione europea oggi, è stato complesso e costellato da molte pronunce della Corte costituzionale. Perché, mentre negli altri Stati, quella partecipazione aveva portato ad una serie di riforme costituzionali, ed era stata sancita da una legge costituzionale (in Francia con l’art. 88 della Costituzione, in Germania l’art. 23 della Legge fondamentale tedesca, in Spagna con l’art. 93 della Costituzione spagnola ), in Italia questo non si era verificato. Sicché, le norme comunitarie entravano a far parte dell’ordinamento interno e gli veniva attribuito lo stesso rango giuridico della norma di esecuzione (legge ordinaria). Questo non lasciò la Corte costituzionale indifferente.

Mancando nella nostra Costituzione un ancoraggio costituzionale che sancisse la partecipazione italiana al processo di integrazione, non era condivisibile, che una legge inferiore rispetto ad una legge costituzionale potesse dichiarare una cessione di sovranità. Tuttavia, la posizione della Corte costituzionale è andata via via ad avvicinarsi a quella della Corte di giustizia, appellandosi all’art. 11 Cost. che “[…] consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”.

È anche vero, che questo articolo aveva lo scopo di garantire l’ingresso dell’Italia alle Nazioni Unite; quindi probabilmente non idoneo a fondare la prevalenza del diritto comunitario su quello interno, ma venne e viene tuttora considerato come la disposizione capace di conferire diretta applicazione alle norme europee.

La prevaricazione del diritto comunitario pose anche la questione dei potenziali conflitti tra le norme dei due ordinamenti.  Una questione di non poco rilievo.

La risoluzione delle antinomie tra le norme aveva sollecitato l’intervento della Corte costituzionale. E in una primissima fase aveva adottato il criterio cronologico, ossia: una norma interna anteriore e confliggente con quella comunitaria, comportava la prevalenza di quest’ultima. Così, le norme più recenti abrogavano quelle anteriori, senza dar luogo all’incostituzionalità. Questa soluzione però, non garantiva la preminenza del diritto comunitario su quello interno, motivo per il quale la Corte di giustizia espresse tutto il suo disappunto. L’insoddisfazione di quest’ultima, portò la Corte costituzionale a dirimere gli eventuali contrasti adottando un nuovo orientamento, che traeva la sua forza dal criterio gerarchico. Esso prevedeva che la norma interna in contrasto con quella comunitaria era una diretta violazione dell’art. 11 Cost. Tuttavia, questo orientamento, comportava che il regolamento comunitario restava paralizzato, affinché la legge interna non venisse dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale.

Due orientamenti però non sufficienti a sancire la rilevanza dell’ordinamento giuridico comunitario e la diretta applicabilità delle sue norme.

Qualche tempo dopo la svolta significativa si ebbe con la sentenza Granital del 1984. Si scardinano completamente le posizioni precedenti e si arriva ad un nuovo assetto.

Da questo momento in poi i due ordinamenti giuridici verranno considerati come distinti ed autonomi, capaci di integrarsi a vicenda. L’effetto era quello di una ritrazione del sistema interno a seguito del trasferimento di sovranità sancito dall’art. 11 Cost. (che rimane il fondamento  dell’ operatività del diritto comunitario).

Vi è di più. Viene riconosciuto al giudice italiano il potere di disapplicare la norma interna senza ricorrere all’intervento della Corte costituzionale; poiché dovrà tener conto del fatto, che qualora vi sia “una irriducibile incompatibilità fra la norma interna e quella comunitaria, è quest’ultima, in ogni caso, a prevalere”.

Per concludere, le norme self-executing, contengono una disciplina dettagliata e sono suscettibili di diretta applicazione nell’ordinamento senza richiedere un ulteriore intervento dell’ordinamento interno e quindi la non applicazione delle legge italiana contrastante.

Gavel and Flag Europe

Questa sommaria trattazione dell’argomento, da un lato ha l’intento di fornire gli aspetti più salienti della problematica senza scendere negli inferi del dettaglio, seppur molto spesso avvalendosi, di termini giuridici inseriti all’interno di un excursus storico-normativo. Dall’altro di fornire un’idea di questo macrosistema di cui oggi facciamo parte. Perché, come disse Bernard-Henri Lévy:

“l’Europa non è un luogo ma è un’ idea