La luce dimenticata dell’Europa

Giusto qualche giorno fa, in ricorrenza della Giornata della Memoria, ho avuto la grande opportunità di sentire qualcosa di meraviglioso: “Anche la più sgangherata delle democrazie, è meglio della più impeccabile delle dittature”. E sembrerò umile a me stesso nel dire che fu una frase che mi scosse da dentro, tutto d’un pezzo e che d’un tratto mi sottrasse il fiato. Mi brillarono anche gli occhi. E questo accadde non solo per la frase, semplice e vera, bellissima, ma anche per via della persona dalla cui bocca quella frase prese forma: non ne ricordo il nome ma era una persona molto anziana, una signora che non faceva più militanza da tempo per via di una battaglia determinante per l’esito di una guerra che stava combattendo: quella contro il cancro. Non so se avrò ancora modo di incontrare quella persona ma penso che in quel momento abbia insegnato un principio chiaro a tutti quelli che fino a qui stiano leggendo. E vorrei che questo concetto fosse la base dalla quale partire per costruire un pensiero più ampio sull’Europa.

L’Europa è quella “cosa”, quel disegno, che in un certo senso è cominciata proprio dagli orrori della guerra e dell’olocausto e che nel momento della morte di molti ha visto sorgere una possibilità di pace e speranza per tutti gli altri, che morti non erano. Un’utopia forse, ma la migliore che potesse essere mai stata ideata. E non voglio nasconderne i problemi, proprio quelli che oggi stanno minando quel progetto, quella visione: problemi che nascono da un egoismo fine a sé stesso, senza pensiero al futuro e senza riguardo per quello che la Storia ha insegnato nel suo recente passato; un egoismo cavalcato dalle destre populiste peggiori, che in nome di futili nazionalismi spingono per andare non si sa bene dove; un egoismo che altro non è se non uno sfogo di rabbie represse e vuote, un palcoscenico per i tanti personalismi delusi che fanno dell’uscita dall’Europa più una moda e convinzione ideologica e che il protagonismo politico e l’ambizione di potere di certi pongono alla comune attenzione.

Ma non ci si rende conto che così facendo si rischia di distruggere il più bell’edificio che faticosamente si sia costruito nel tempo? Solo a me appare assurdo, dopo aver camminato per anni verso un obbiettivo, fermarsi e decidere di tornare indietro? L’obbiettivo in questione si chiama Stati Uniti d’Europa. Questa, e solo questa, deve essere la nostra ambizione, non altro. Ed è vero che su alcuni aspetti l’Europa è stata carente, lo riconosco, primo fra tutti nella gestione dell’immigrazione. Ma la domanda da porsi è la seguente: senza l’Europa, se l’Europa non esistesse, staremmo meglio? Avremmo affrontato, davvero meglio, il problema dell’immigrazione, il problema del debito pubblico, delle fluttuazioni monetarie e, soprattutto, saremmo stati in grado di evitare altre guerre tra i nostri paesi, soli e piccoli schiacciati tra gli Stati Uniti e la Russia? Io penso di no. E c’è la Storia che mi sostiene nel dirlo.

E qui mi fermo lasciando, a voi lettori, qualcosa su cui riflettere: e cioè che forse anche la più sgangherata tra le comunità europee, è meglio della più impeccabile delle nazioni, che dobbiamo smetterla di parlare dell’Europa che non ci piace, iniziando ad agire per costruire quell’Europa di cui noi tutti parliamo.