L’Unione Energetica, possibilità o fantasia?

Contrariamente a quanto affermano certi politici, il cambiamento climatico non è una bufala. Ci sono abbastanza prove scientifiche che supportano questa affermazione. Una parte dei cambiamenti che il clima subisce è naturale – difatti, ci sono stati sette cicli di avanzata e ritirata glaciale solo durante gli ultimi 650,000 anni, molto prima che gli esseri umani raggiungessero l’attuale livello tecnologico e industriale responsabile dell’incredibile aumento dei livelli di diossido di carbonio e di altri cambiamenti climatici indesiderati. Il livello del mare sta salendo, le emissioni di gas serra anche. L’imprevedibilità e l’estensione dei disastri naturali causati dal cambiamento climatico e dal riscaldamento globale sono risultati nell’estinzione di alcune specie animali, nella messa in pericolo di alcuni habitat naturali, e persino nello spostamento di milioni di persone dalle loro terre natie. Siamo ben lontani da una soluzione definitiva a questo problema, ma si può dire che quantomeno i vari Paesi ci stiano provando.

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Nessun singolo stato può essere ritenuto responsabile di “risolvere” il cambiamento climatico. Per questo motivo ci sono gli Accordi di Parigi, si sono tentati di concludere gli Accordi di Copenaghen in passato, e si è provato a implementare i Protocolli di Kyoto. Tuttavia, se si ha imparato una qualche lezione dall’evoluzione dei trattati e dei patti internazionali e globali, questa è che la leadership conta. Ci sono alcuni Paesi la cui partecipazione decide, fino a un certo punto, il successo dell’accordo. E l’Unione Europea è scuramente uno tra questi.

Uno tra i tanti modi in cui gli stati stanno affrontando il cambiamento climatico è attraverso la de-carbonizzazione dell’economia e trovando nuovi metodi per rendere il settore energetico più pulito, efficiente e sostenibile. Ciò è stato classificato dalla Commissione Europea come una delle sue priorità, a seguito dell’adozione nel 2015 di “Una strategia quadro per un’Unione dell’energia resiliente, corredata da una politica lungimirante in materia di cambiamenti climatici”, che sottolinea l’ambizione dell’UE di ottenere “energia sicura, competitiva, conveniente per ogni europeo”.

Ma la domanda rimane: quanto realistica è l’Unione Energetica?

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Come ogni altra questione che l’UE sta affrontando, quella energetica non è esente dall’influenza della politica nazionale e internazionale. Un evento chiave in atto in molti Paesi europei è l’ascesa dei populismi di destra. Politici che usano una propaganda populista per guadagnare voti hanno avuto successo, nello stesso modo, nel diffondere un sentimento nazionalista all’interno di comunità sociali e politiche. Una delle più grandi sfide che l’Unione energetica fronteggia sono i forti interessi nazionali degli stati membri. Per fare un esempio, l’inverno scorso, molti Paesi europei hanno patito le temperature più basse degli ultimi decenni. Mentre l’Unione energetica richiederebbe ai governi di collaborare per aiutarsi reciprocamente in problematiche quali scarsità di energia esportandola e importandola dai Paesi confinanti, questo accade raramente. Quando la Bulgaria si è trovata ad affrontare temperature rigidissime e ha chiesto alla vicina Romania per dell’elettricità extra, il governo rumeno ha proposto un piano di emergenza della durata di un mese che gli permetteva di tagliare l’export di energia quando ne avesse avuto bisogno. In altre parole, rispose con un diplomatico no. In molti paesi Europei, questo ostacolo è stato reso ancora più insormontabile a causa delle imminenti elezioni.

È semplice – se la domanda per l’energia cresce domesticamente e i politici prioritizzano un’Unione energetica per supportare gli altri Paesi, perdono voti. Usando le parole del Vice Presidente della Commissione Maroš Šefčovič, una delle sfide più complesse è data dal fatto che i Paesi tendono ad agire in favore dei loro interessi nazionali, e non di quelli europei. Tuttavia, il problema è ancora più complesso di questo. È necessario tenere sempre a mente che ci sono numerose disuguaglianze tra gli Stati europei centrali e quelli periferici. Dati i differenti livelli di sviluppo industriale, risorse naturali, deficit energetici e consumo nazionale, spingere per una sempre maggiore cooperazione e coordinazione diventa estremamente difficile. Mentre i Paesi centro-europei possono permettersi di inseguire gli obiettivi di sicurezza energetica per l’intera Unione, Paesi più deboli come la Grecia, Bulgaria e Romania, tutti soggetti a tagli dell’export di energia, trovano difficile priorizzare la solidarietà europea sulla sicurezza nazionale. Nonostante un’Unione energetica prometta numerosi benefici sul lungo periodo per tutti i partecipanti, nessuno Stato darà la precedenza al profitto collettivo piuttosto che ai bisogni dei propri cittadini. Questa situazione è riflessa in molte altre questioni Europee, come il terrorismo, la migrazione e le crisi finanziarie.

Uno degli eventi più controversi che riassume entrambe le sfide appena menzionate è quello del progetto tedesco di costruire il Nord Stream 2, un oleodotto che apparentemente contraddice il principio dell’Unione energetica.

Nord Stream 2

Da un lato, quest’ultima mira a rendere l’UE più autosufficiente rispetto alle risorse energetiche, riducendo la propria dipendenza dalla Russia (sulla quale alcuni Paesi europei hanno fatto affidamento per anni per il proprio approvvigionamento di petrolio e gas naturale, e continuano a farlo) e molti Paesi europei, Germania inclusa, hanno supportato le sanzioni contro la Russia. Dall’altro lato, il progetto del Nord Stream 2 contraddice entrambe le idee. Questo dimostra ulteriormente il fatto che gli stati membri, almeno per quanto riguarda l’Unione energetica, non siano in grado di tralasciare gli interessi nazionali, specialmente quando l’UE non ha sufficienti riserve accessibili di gas naturale sul suo territorio.

L’altra grande controversia rispetto l’Unione energetica riguarda la sua attuabilità. Si prenda, ad esempio, la proposta riguardante la fornitura di gas ai Paesi dell’est-Europa che, come è già stato menzionato, fanno affidamento in gran parte sulle scorte russe. È possibile per il dinamico settore energetico tedesco e gli esperti nucleari francesi parlare con una sola voce alla bisognosa di energia Bulgaria? Ovviamente, le voci saranno differenti. Come la Germania sta venendo criticata per le sue posizioni contraddittorie riguardanti il progetto Nord Stream 2, questo è molto positivo per Paesi dell’Europa orientale come Ungheria e Grecia per mantenere i loro accordi energetici con la Russia. Proprio come hanno fatto sin dai tempi dell’Unione Sovietica. E oggigiorno hanno più di un motivo per continuare a farlo – difatti, la pubblica indignazione causata da un politico che decide di svendere la sovranità nazionale scegliendo una costosa ed idealistica proposta di Bruxelles riguardo l’Unione energetica al posto di una soluzione più economica e più in linea con la sicurezza nazionale significherebbe mettere a rischio il proprio supporto popolare.

In conclusione, tutta la controversia attorno l’Unione energetica si riduce alle problematiche dell’azione collettiva. La cooperazione è possibile, ma quanto lontani sono disposti ad andare gli stati membri per cooperare, quando questo avviene alle spese degli interessi nazionali? L’Unione energetica, se di successo, si dimostrerebbe essere un modello fondamentale per il mondo intero, il che significa, se riesce a superare il problema dell’azione collettiva. Tuttavia, l’UE è caratterizzata da forti disuguaglianze nello sviluppo, nella sicurezza energetica, nei settori tecnologici e in molti altri ambiti, e ciò rende l’Unione energetica qualcosa di molto simile ad una fantasia idealistica.

Vanisha Sampat*

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*ASSOCIAZIONE EUROPEAN GENERATION (WWW.EUROPEANGENERATION.EU)