Una minore discrezione è più ecologica?

 Un motivo per ripensare l’implementazione delle politiche ambientali dell’UE


Gli obiettivi delle politiche ambientali Europee sono da sempre molto ambiziosi – l’UE è sempre stata in prima linea per quel che riguarda l’innovazione ambientale, lo sviluppo sostenibile e la consapevolezza dei cittadini a riguardo, spesso molto avanti rispetto alle sue controparti.

Ambiente, natura e sostenibilità sono da sempre presenti nell’Agenda Europea, non di rado anche al livello nazionale. Fortunatamente, lo scetticismo verso la tesi del cambiamento climatico è solamente una posizione estrema nella politica Europea e le imprese fanno da apripista nel campo della ricerca “verde” e delle innovazioni, mentre allo stesso tempo rendono le loro operazioni sempre più “eco-friendly”.

Oggigiorno, dopo che gli Stati Uniti hanno confermato la loro volontà di uscire dagli Accordi di Parigi durante il recente summit G20 ad Amburgo (nonostante gli sforzi sia della Merkel che di Macron per persuadere la testarda ignoranza del presidente Trump), l’Europa sembra aver rinforzato la propria posizione come leader globale riguardo le politiche ambientali.

Ma è l’Europa in grado di ricoprire questo ruolo? Il piano più recente, la cosiddetta Strategia 20-20-20, è sicuramente un passo in questa direzione – i paesi dell’UE si sono impegnati a raggiungere tre obiettivi entro il 2020:

  1. Tagliare del 20% le emissioni di gas serra,
  2. Alzare la quota di energia prodotta tramite risorse rinnovabili al 20%,
  3. Migliorare l’efficienza energetica del 20%. Questa strategia include anche il Sistema di Scambio delle quote di Emissione (ETS) e i programmi di finanziamento Ner300 e Horizon 2020 per le innovazioni.

D’altra parte, la determinazione a lottare per un’economia e una società più verdi è molto diversa tra i vari Stati Membri. Lasciando da parte i paesi scandinavi, che sono sempre stati quelli che stabilivano il passo, anche i paesi maggiori hanno fatto la loro parte. La Germania ha deciso di abbandonare completamente l’energia nucleare nel 2011 e giusto una settimana fa, il presidente Francese Macron ha annunciato che la Francia bandirà tutte le auto a benzina e a diesel dal 2040. Ad ogni modo, questo approccio è ben lungi dall’essere uniforme all’interno dell’UE, soprattutto a causa dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. La Polonia rappresenta un buon esempio, con enormi quantità di carbone nel sottosuolo, una gran parte del business minerario ancora sotto il controllo statale e con sindacati potenti e ben organizzati. Tutto ciò si accompagna alle centrali elettriche a carbone di epoca Sovietica, che ancora provvedono la maggior parte dell’energia elettrica del paese. Inoltre, i PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale) vedono qualunque regolamentazione ambientale come un pericolo per il loro stesso progresso economico.

L’aspetto più problematico è l’assenza di una politica energetica unica e unita, che è stata PROHIBICION DE BOMBILLAS TRADICIONALESrimandata per molti anni. Le aziende che suppliscono beni di utilità pubblica (come l’energia, il gas e l’acqua) rappresentano un’area complicata per varie ragioni. Esse sono utilizzate da tutti all’interno di una società e rivestono un ruolo fondamentale e necessario per la sussistenza degli individui, per questo motivo devono essere fortemente regolate e abbordabili per tutti. Infine esse sono molto sensibili politicamente e ogni tentativo dell’UE di intromettersi in questo campo è accolto con diffidenza o un completo rifiuto.

Per questa ragione, la Commissione Europea ha spesso optato per delle direttive come forma prediletta per legiferare sulle politiche energetiche, in modo da imporre un obiettivo vincolante ma lasciando la discrezione di scegliere come raggiungerlo ai vari governi nazionali. Così facendo, le differenze tra i vari Stati Membri dovrebbero essere affrontate nel modo più efficiente possibile. Quindi, i paesi Europei decidono come raggiungere questi obiettivi e il percorso generale della loro politica delle energie rinnovabili.

Sfortunatamente questo approccio ha molti pericoli e può mostrarsi controproducente a causa del rischio morale (la possibilità che alcuni paesi “barino” e non procedano con le riforme necessarie per raggiungere gli obiettivi Europei). Uno dei motivi per cui la Commissione ha scelto di usare le direttive è quello di evitare le accuse di voler imporre una politica energetica Europea comune, inflessibile e centralizzata, che ponga in una situazione di svantaggio alcuni Stati Membri o gruppi di persone. In accordo col principio della sussidiarietà, il livello di governo più “basso” è solitamente quello meglio posizionato per prendere una decisione qualificata. Questa strategia non ha funzionato per esempio in Repubblica Ceca, dove il governo decise di raggiungere l’obiettivo stabilito dalla direttiva 2009/28/EC (il 18% della produzione nazionale di energia deve provenire da risorse energetiche, aumentato a 27% entro il 2030 nel 2016) utilizzando i fondi Europei a disposizione per sussidiare l’acquisto di pannelli solari da parte delle famiglie e delle piccole imprese energetiche. Purtroppo, questo portò ad una diffusione della corruzione ad un livello inatteso – corruzione per la quale la popolazione incolpò l’UE, pensando che essa avesse di fatto forzato la costruzione dei pannelli solari, sprecando un’eccessiva quantità di denaro nel processo.

consumo-de-energia-eletrica

Se l’UE ha la seria intenzione di essere un leader globale nella battaglia al cambiamento climatico e nel promuovere l’ecologia, ha bisogno di dotarsi di una strategia appropriata e di stabilire delle priorità. Portare finalmente a termine il progetto del mercato energetico comune è ormai una necessità che dovrebbe anche avere numerose ricadute positive.

Un altro passo in avanti è rappresentato dall’inclusione di disposizioni legate all’ambiente nella nuova tipologia di accordi commerciali che l’UE sta concludendo. A cominciare dal CETA, questi accordi miglioreranno la collaborazione riguardo ai temi ambientali con paesi che sono molto avanti nella ricerca in quest’area. Inoltre, faciliterà l’ingresso di aziende straniere nelle gare d’appalto, le quali potrebbero offrire soluzioni maggiormente sostenibili. Il prossimo accordo sarà probabilmente con il Giappone, altro paese piuttosto avanzato.

Tuttavia, ciò che è davvero essenziale per far progredire l’Ue nella tutela dell’ambiente è un nuovo contesto operativo per rendere effettive le politiche ambientali. L’elezione di Macron alle elezioni francesi ha aperto il dibattito riguardo a una riforma dell’eurozona, con parlamento e ministro delle finanze propri. E se si iniziasse a parlare anche di politiche ambientali comuni? investire nella protezione ambientale non è più un’operazione infruttuosa e di facciata, ma un segmento in grande ascesa che può essere aggiunto al potere economico dell’Unione, specialmente nel lungo periodo. Al contrario, Le posizioni dei commissari europei per l’unione energetica (carica attualmente presieduta dallo slovacco Marcos Sefcovic) e per l’ambiente (il maltese Karmenu Vella) sembrano andare nella direzione opposta. UN ministero dell’ambiente potrebbe essere meglio attrezzato per applicare le direttive, riducendo il livello di corruzione e le lungaggini legate a un’enorme “catena di comando”. Ricollocare l’ambiente in cima alle priorità dell’Unione europea potrebbe avere un eccezionale potenziale futuro.

Tomas Dvorak*

European+Generation+esteso

 

*ASSOCIAZIONE EUROPEAN GENERATION (WWW.EUROPEANGENERATION.EU)