Le unioni civili, l’Italia, l’Europa

Bilancio di un anno, guardando avanti


Lo scorso 8 giugno, ad un anno dall’entrata in vigore della legge n. 76/2016, il Consiglio d’Europa ha chiuso il dossier, aperto nei confronti dell’Italia a seguito della condanna subita dal nostro Paese per effetto della nota sentenza Oliari del 21 luglio 2015. Sembrerebbe così che, grazie alla cd. legge Cirinnà, il nostro ordinamento possa considerarsi perfettamente adempiente a quanto richiesto dal diritto europeo, ed in monica-cirinnaparticolare dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in materia di riconoscimento e tutela della vita familiare omosessuale. Ma è davvero così? O non vi sono ancora, piuttosto, ulteriori frontiere da attraversare, sulla via dell’effettiva pari dignità sociale delle coppie omosessuali e (soprattutto) dei loro figli e delle loro figlie?

Se ci si muove nel ristretto orizzonte tracciato dalla sentenza Oliari, nulla quaestio: il legislatore italiano ha adempiuto all’obbligo positivo di fornire riconoscimento giuridico alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Secondo la decisione della Corte europea, infatti, gli Stati membri – che pure non hanno più alcuna discrezionalità nella scelta se riconoscere o meno la vita familiare omosessuale – mantengono un discreto margine di apprezzamento quanto alle forme di tale riconoscimento. Tale conclusione appare peraltro coerente con la natura sussidiaria del sistema di protezione dei diritti assicurato dalla CEDU, che mira a stabilire e consolidare uno standard minimo di tutela dei diritti, lasciando allo stato membro la possibilità di ampliarne la portata. Altrettanto coerente appare il quadro, se si guarda alle principali indicazioni provenienti dal diritto dell’UE, ed in particolare dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, che ha chiarito che – ferme restando possibili differenze di inquadramento giuridico della vita familiare omosessuale – non sono ammesse discriminazioni sul piano dei diritti concretamente goduti dalle coppie (ad esempio in materia previdenziale, secondo l’insegnamento della nota sentenza Maruko del 2006).

Tutto ciò non esaurisce, come evidente, il problema.

La tutela differenziata delle coppie omosessuali continua infatti a rappresentare una sfida, specie sul piano della tenuta del principio costituzionale di eguaglianza, intesa come pari dignità sociale degli individui. Con l’unione civile, infatti, le coppie same-sex ottengono riconoscimento attraverso un istituto loro riservato, diverso dal matrimonio non solo nel nome, ma anche nei contenuti: si pensi, su tutto, alla mancata disciplina dei rapporti di filiazione, tanto naturali quanto adottivi. Dopo il fallito tentativo del legislatore di fornire una tutela iniziale a tali rapporti (attraverso l’estensione alle coppie omosessuali dell’istituto dell’adozione in casi particolari) e pure in presenza di chiare indicazioni antidiscriminatorie provenienti dalla Corte europea (si pensi al caso X c. Austria del 2013), l’istanza di riconoscimento e protezione è rimasta interamente affidata alla giurisprudenza. Questa, se pure ha compiuto passi da gigante – sia sul piano dell’adozione del figlio del partner, che sul piano della trascrizione degli atti di nascita formati all’estero, con indicazione di genitori dello stesso sesso – fornisce una tutela di carattere episodico, suscettibile di dar luogo, nella concretezza delle esperienze, a disparità di trattamento tra minori. Il primo anno di unioni civili si conclude così con un bilancio in chiaroscuro: ad un radicamento sociale e culturale sempre maggiore dell’istanza di riconoscimento della vita familiare omosessuale si affiancano infatti la persistenza di un assetto di tutela discriminatorio nelle premesse, e lo slancio verso un percorso da completare sul piano della protezione dei soggetti più deboli, cioè i figli e le figlie “dell’arcobaleno”.

Angelo Schillaci*

 

*Ricercatore in diritto pubblico comparato, “Sapienza” Università di Roma (angelo.schillaci@uniroma1.it)