En Marche !… avec calme

Analisi delle elezioni parlamentari francesi 2017


640px-emmanuel_macron_28129

Le elezioni legislative francesi dell’11 e del 18 giugno 2017 hanno visto la netta vittoria del partito En Marche! guidato da Emmanuel Macron: malgrado sia nato solo 14 mesi fa, il nuovo movimento si è aggiudicato ben 350 seggi, superando comodamente la soglia minima per la maggioranza assoluta (289) e sbaragliando la concorrenza dei partiti tradizionali. Laureato in filosofia e con un passato nella prestigiosa banca di investimento Rothschild & Co., Macron è stato Ministro dell’economia nel governo Valls sotto la presidenza di François Hollande, prima di fondare un proprio movimento a capo del quale è stato eletto a maggio 25° Presidente della Repubblica francese. Per quanto riguarda l’opposizione, la Destra Parlamentare guidata dai Républicains ottiene 137 seggi, mentre la coalizione del Parti Socialiste crolla a 44 (236 in meno rispetto alla precedente legislatura), pagando la grande impopolarità del Presidente uscente Hollande. Il Front National di Marine Le Pen è costretto ad accontentarsi di 8 seggi, mentre l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon e del suo partito La France insoumise ne raggiunge 17.

Nelle elezioni di giugno si è votato per eleggere i 577 deputati dell’Assemblée nationale, ovvero la camera bassa del Parlamento bicamerale francese. Il sistema elettorale è a doppio turno e prevede la suddivisione del Paese in 577 collegi uninominali su base territoriale. In ciascuno di questi collegi viene eletto al primo turno il candidato che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei suffragi ed un numero di voti superiore al 25% degli elettori iscritti. In caso di mancato raggiungimento di tali criteri, accedono al secondo turno i primi due classificati più tutti i candidati che abbiano raggiunto almeno il 12,5% dei voti. Il vincitore del secondo turno, indipendentemente dal margine di distacco o dall’affluenza, viene eletto parlamentare.

elez

Malgrado i numeri così evidenti, la vittoria di Macron potrebbe essere stata meno travolgente di quanto si possa pensare. In primo luogo, occorre sottolineare che qualche giorno prima del secondo turno alcuni sondaggi davano al partito del Presidente una maggioranza che arrivava a 470 seggi. Alla luce delle premesse, il risultato effettivo è quindi al di sotto delle aspettative. A mio avviso, l’elemento che pone in dubbio l’effettiva capacità del giovane leader di mettere in pratica il proprio programma sta nel fatto che l’ampia maggioranza parlamentare di cui godrà non rifletta i consensi a livello elettorale, ma sia gonfiata dal sistema maggioritario francese. Se si considera il voto del primo turno su base nazionale, nel quale, come detto, sono presenti tutti gli schieramenti e non solo quelli che hanno superato il 12,5%, En Marche ! ha ottenuto il 28,2% (a cui va aggiunto il 4,1% del Mouvement Démocrate, alleato di Macron). Il risultato, seppur decisamente positivo, assume minore rilevanza se si guarda l’affluenza sorprendentemente bassa e record negativo nella storia della Quinta Repubblica. Nel primo turno, infatti, ha votato il 48,7% degli aventi diritto, mentre nel secondo soltanto il 42,6%, oltre dieci punti percentuali in meno rispetto al 2012 e oltre 15 rispetto al 2007. Oltretutto, nel primo round delle presidenziali di aprile, in cui l’affluenza era stata ben più significativa (77,8%), Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, due candidati che, seppur molto distanti tra di loro sul piano politico, condividevano l’estremismo e l’antieuropeismo, hanno raccolto quasi il 40% dei voti (rispettivamente 21,3% e 19,6%). melenchon-le-pen-lyon-meetings-campagne-election-presidentielle-jpg_4071782_660x281-1Nel secondo turno di tali elezioni, Macron ha vinto con solo il 66% dei consensi contro il partito espressione della destra xenofoba e antislamica, con un passato di simpatie antisemite e naziste che continua ad affiorare. Il distacco appare decisamente ridotto rispetto alle presidenziali del 2002, unico precedente nel quale il Front National (allora guidato da Jean-Marie Le Pen, padre di Marine) arrivò al ballottaggio. In quella circostanza, la popolazione francese si riversò in piazza in massa per protestare contro il candidato dell’estrema destra. Il suo avversario, il conservatore Jacques Chirac, si rifiutò di prendere parte al dibattito televisivo con Le Pen senior, sostenendo che nessun dialogo fosse possibile contro l’intolleranza e l’odio. Ciononostante, Chirac stravinse con oltre l’82% dei voti, grazie anche a chi seguì l’invito dei movimenti di sinistra di votarlo “con i guanti o con una molletta sul naso”. Nel ballottaggio delle ultime presidenziali, invece, in molti hanno preferito astenersi o votare Marine Le Pen piuttosto che l’ex banchiere d’affari.

A mio parere, da questi dati si può dedurre che la netta vittoria di Macron non rispecchi il largo malcontento dell’elettorato francese. Una volta superato l’entusiasmo iniziale, il programma del nuovo Presidente prevedrà molte riforme che avranno quasi certamente ripercussioni erosive a livello di consensi. Prima tra tutte, la riforma del mercato del lavoro, contro la quale Mélenchon ha già manifestato aspro dissenso parlando di “golpe sociale” perpetrato dal nuovo governo. Del resto, nel suo mandato da Ministero dell’economia, Macron scatenò scioperi e manifestazioni di protesta contro la sua Loi Travail, la legge ideata per sbloccare il mondo del lavoro e creare un ambiente più favorevole alle imprese. Il neo eletto Presidente dovrà togliersi di dosso l’etichetta di “burattino elegante” (cit. Matteo Salvini), al soldo di Bruxelles e della finanza e contro gli interessi della gente comune. Non sarà un’impresa facile per un movimento nuovo e pertanto privo di radicamento territoriale. Di certo non è stata una mossa felice festeggiare la vittoria al primo turno delle presidenziali nella storica brasserie di Montparnasse, emblema del mondo radical chic. Molto meglio, invece, le scelte al momento della nomina del nuovo governo: l’inclusione di rappresentanti del mondo della sinistra e della destra e la tutela della parità di genere (11 donne e 11 uomini tra ministri e sottosegretari) inviano un messaggio di unità e al contempo allontanano la scomoda ombra del suo predecessore Hollande, giudicato dai francesi il peggior Presidente degli ultimi 30 anni. Un’ampia maggioranza da sola non basta, e il crollo verticale del partito socialista a seguito della diffusa ostilità nei confronti dell’ex capo di Stato è emblematico in tale senso: nessun progetto che punti ad un cambiamento di lungo termine può nascere da un leader che ha i numeri in Parlamento ma non tra la popolazione.

Allargando lo spettro d’analisi dalla Francia all’Europa, in questi giorni qualcuno ha provato a tracciare un filo conduttore tra la sconfitta del Movimento 5 stelle nelle recenti amministrative, il fallimento elettorale di Theresa May e il ridimensionamento di Marine Le Pen, intravedendo un rallentamento dell’ondata antieuropeista nel continente. Non condivido questa visione. Del resto, i potenziali fattori scatenanti instabilità non mancano: se le prossime elezioni tedesche rappresentano un rischio tutto sommato contenuto, non dimentichiamo il fondato timore di un mancato accordo per Brexit, i fragili equilibri sui quali si fonda il governo in Spagna, le riforme impopolari indispensabili per lo sblocco dei pagamenti per risanare la barcollante economia greca, la prospettiva di un governo pentastellato/leghista in Italia… I movimenti anti-establishment, protezionisti e populisti sono ormai evoluti, e riescono a catalizzare l’insoddisfazione di coloro che si sentono esclusi dai partiti tradizionali che appaiono tanto distanti dai problemi quotidiani. Il cammino, o la marche per dirla alla francese, è ancora lungo per chi continua a credere nell’Europa. Spetta a Macron guidare un movimento che possa ascoltare il malcontento e ribattere con risposte concrete a chi fa politica contro tutto ciò che è stato raggiunto in questi anni nel processo di integrazione internazionale.

 

marianne