Rainbow Europe 2017: la macchia nera dell’hate speech sull’arcobaleno italiano

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Il Rainbow-Europe Annual review 2017, realizzato da ILGA-Europe e pubblicato lo scorso 17 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, segna un miglioramento della posizione italiana nella classifica europea del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza delle persone LGBTI. A leggere il report, si scopre che il passaggio dalla posizione 34 del 2016 alla 32 del 2017 è merito dell’approvazione della legge sulle unioni civili e di molte decisioni dei tribunali italiani sull’adozione del figlio del partner, ma anche dell’intervento dei giudici della Corte europea dei diritto dell’uomo, con sede a Strasburgo (cui aderiscono tutti i 47 membri del Consiglio d’Europa), che ha stabilito che “negare il permesso di soggiorno a coppie dello stesso sesso che lo richiedevano per motivi familiari è una discriminazione”. Cosa, dunque, tiene ancora lontano il nostro paese dalla vetta della classifica e lo affianca cupamente a paesi in cui l’uguaglianza e il rispetto dei diritti delle persone LGBTI sono quotidianamente e pesantemente minacciati? E quali sono gli elementi presi in considerazione da ILGA-Europe per stilare il suo rapporto annuale?

ILGA-Europe, il ramo europeo dell’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, costituitosi come realtà indipendente nel 1996, è un’organizzazione non governativa che raccoglie 450 organizzazioni da 45 paesi europei. L’ONG ha l’ambizione di essere un motore propulsivo del cambiamento politico, legislativo e sociale dell’Europa, che deve diventare un luogo in cui la dignità, la libertà e il pieno godimento dei diritti umani siano protetti e garantiti per tutti, senza distinzione di orientamento sessuale, identità ed espressione di genere o caratteristiche sessuali. Lo strumento attraverso il quale ILGA-Europe cerca di raggiungere il suo obiettivo è la difesa delle persone LGBTI in casi riguardanti l’uguaglianza e i diritti umani a livello europeo, soprattutto in relazione a temi quali l’asilo, i crimini d’odio e i discorsi d’incitamento all’odio (hate crime e hate speech), l’istruzione, il lavoro, la famiglia, la libertà di assemblea, associazione ed espressione, la salute, il riconoscimento giuridico del genere (con estensione a tutta l’Europa del modello legislativo tedesco in cui dal 2013 è possibile dichiarare un genere sessuale indefinito) e, infine, l’inviolabilità fisica della persona (le aree di possibile abuso di questo diritto sono state individuate innanzitutto nel diritto alla vita stessa, quindi sono state considerate la schiavitù e i lavori forzati, la sicurezza personale, la tortura, infine il trattamento o punizione crudele o degradante).

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L’attività di ILGA-Europe è sostenuta e documentata dal 2009 attraverso la pubblicazione annuale di un report sulla situazione dei diritti umani delle persone LGBTI in Europa; a questo report viene affiancata l’elaborazione di una classifica dei 49 paesi dell’Europa, valutati attribuendo un punteggio su una scala da 0% (grave violazione dei diritti umani, discriminazione) a 100% (rispetto dei diritti umani e piena uguaglianza) ad una serie di parametri. Ad essere presi in considerazione sono i dati sulla promulgazione e il livello di attuazione di leggi che hanno un impatto diretto sui diritti umani delle persone LGBTI. I 6 macro-indicatori, a cui sono attribuiti valori percentuali di peso e rilevanza differente per la valutazione globale della situazione, sono nello specifico: uguaglianza e non discriminazione (peso complessivo sul totale del punteggio 25%); famiglia (27%); violenza e discorsi motivati dall’odio (20%); riconoscimento giuridico del genere (15%); libertà di assemblea, associazione ed espressione (8%), diritto di asilo (5%).

Tra gli elementi più significativi del  report occorre segnalare l’analisi approfondita delle tendenze politiche e comunicative e del clima sociale in cui si svolge la vita quotidiana delle persone LGBTI in ciascun paese europeo. Ad accompagnare questo dettagliatissimo resoconto, per ogni Istituzione e per ogni paese europeo viene fornita una scheda di sintesi in cui sono indicate le aree specifiche di intervento per migliorare la situazione dei diritti umani e dell’uguaglianza delle persone LGBTI. In altri casi vengono segnalate le criticità e i punti su cui si assiste ad un eventuale regresso. Un ulteriore vantaggio dello strumento, frutto della elaborazione digitale dei dati della mappatura, è che la situazione dei singoli paesi può essere confrontata su specifici parametri e criteri con la media europea o dei Paesi EU e che la classifica può essere aggiornata in conseguenza di cambiamenti legislativi e politici che vengono costantemente monitorati dai collaboratori di ILGA-Europe.

Analizzando nel dettaglio il punteggio complessivo dell’Italia (27%) nella classifica di Rainbow Europe 2017, risulta che le aree di maggiore criticità sono quelle dell’uguaglianza e non discriminazione (11% del punteggio pieno) e il segmento hate crime & hate speech (0% del punteggio pieno). Questa osservazione impone di riflettere con lucidità e di agire con determinazione sul tema della mancanza in Italia di una legge che riconosca specificamente la motivazione d’odio omofobico e transfobico dei reati e dei conseguenti strumenti repressivi e, soprattutto, educativi per arginare il fenomeno del discorso d’odio.

Argomenti autorevoli sull’opportunità e l’urgenza di azioni legislative di contrasto e di prevenzione dei discorsi d’odio online che, complice la pervasività e l’opacità della comunicazione sul web e sui social network, ha tanto spazio nel dibattito sociale e purtroppo anche politico del nostro paese, sono stati presentati alla Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni d’odio della Camera dei Deputati da Anton Giulio Lana, Presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani  e professore a contratto di Tutela europea dei diritti umani alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza (la trascrizione dell’audizione parlamentare del 2 febbraio 2017 è presente a questo link).

E già nel 2013, quando in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati si discuteva di una proposta di legge volta ad estendere la legge Reale-Mancino (legge del 1975, modificata nel 1993) alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, Yuri Guaiana interveniva con una riflessione sull’Huffington post (qui l’intervista) per segnalare la necessità di liberare il dibattito mediatico intorno alla proposta di legge dall’equivoco del conflitto tra repressione dei discorsi d’odio e libertà di espressione. Ad evocare la minaccia alla libertà di espressione in caso di approvazione di norme di contrasto al discorso d’odio erano, e continuano ad essere, soprattutto i politici, la cui comunicazione ha un forte impatto nella determinazione del clima sociale, come segnala lo stesso rapporto Rainbow Europe segnala, con riferimento esplicito proprio ai politici italiani.

“When bias-motivated speech comes from the mouth of a well-known public figure, politician, or other influential leaders, its message is often widely disseminated, increasing the negative impact on LGBTI people who hear it, and potentially emboldening others who hold discriminatory views. LGBTI activists in Italy also emphasised the offensive nature of some of the arguments employed by politicians during the acrimonious civil union debate. NGOs documented many examples of bias speech by elected officials; some of the most callous remarks were directed at rainbow families.”  Il rapporto prosegue documentando, dopo l’esempio italiano, la propaganda discriminatoria nei confronti delle persone LGBTI riscontrata in alcuni manifesti elettorali nel 2016 in Georgia, i discorsi d’odio comparsi sulle pagine social di politici della Macedonia, in vista delle elezioni, di un professore in Serbia e  del Presidente della Moldavia. I Paesi appena citati sono tutti nella coda della classifica, chiusa dalla Russia e dall’Azerbaijan. E anche questo dovrebbe far riflettere.

 

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