AND THE LOSER IS…?

Elezioni Regno Unito 2017, contesto politico e campagna elettorale


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Tanto è stato scritto sull’incredibile delusione elettorale rimediata da Theresa May nelle recenti elezioni britanniche. Il voto dell’8 giugno, infatti, ha consegnato alla premier una maggioranza ben inferiore rispetto alle aspettative, al punto da portarci a chiedere chi sia stato il vero vincitore tra conservatori e laburisti (clicca per approfondire). Viene naturale interrogarsi su come sia stato possibile dissipare in poche settimane un vantaggio che, stando ad alcuni sondaggi, raggiungeva i 20 punti percentuali.

Dei due rami del Parlamento britannico, la House of Commons (Camera dei Comuni, la camera bassa), e la House of Lords (Camera dei Lord, la camera alta), solo il primo è elettivo. Il Paese è diviso in 650 collegi uninominali, in ognuno dei quali è eletto un membro della Camera dei Comuni. Si viene a formare così un sistema elettorale fortemente maggioritario che porta a distorcere il principio di rappresentatività: basti pensare che nel 2015 l’UKIP, malgrado abbia raccolto il 12,6% dei voti, ha ottenuto un solo seggio, mentre il DUP ha tramutato lo 0,6% in 8 seggi. Il leader del partito che ottiene la maggioranza nella House of Commons viene poi nominato primo ministro dal capo di Stato, attualmente la regina Elisabetta II.

Le elezioni di giugno 2017 sono state annunciate a sorpresa ad aprile da Theresa May. Malgrado nei mesi precedenti la premier avesse ripetutamente escluso il ritorno alle urne, alla luce del bisogno di stabilità del Paese in un periodo di grande incertezza, è stata lei stessa ad invocare lo scioglimento anticipato della legislatura, originariamente previsto per il 2020. L’intento di tale svolta era sfruttare gli ampi consensi attribuiti dai sondaggi al fine di rafforzare la leadership dei conservatori in vista dei duri negoziati uk-prime-minister-theresa-may-applauds-trump-urges-caution-on-nbcnewscom_1339975per l’uscita dall’Unione europea. In aggiunta, si voleva evitare che le successive elezioni si svolgessero a seguito di tali trattative con Bruxelles, dall’esito potenzialmente erosivo per il partito. A gennaio, la premier aveva annunciato una hard Brexit, ovvero una separazione dura e netta dall’Europa: fuori dall’UE, fuori dal mercato comune, esclusi accordi simili a quelli adottati da altri Paesi quali Svizzera e Norvegia. Nel caso di una mancata intesa o di una presunta ritorsione da parte degli europei, la minaccia era la creazione di un paradiso fiscale al di là della Manica, con imposte minime per attirare investimenti. Fin da subito, pertanto, si sono prospettati negoziati molto complessi e imprevedibili.

Theresa May è stata Segretario di Stato per gli affari interni dal 2010 al 2016, finché le dimissioni dell’allora premier David Cameron, a seguito della clamorosa sconfitta del referendum di Brexit del 2016, l’avevano portata a sostituirlo al numero 10 di Downing Street. La tornata elettorale le ha posto di fronte in qualità di suo principale sfidante Jeremy Corbyn. Il capo dei laburisti è stato il secondo grande sconfitto di Brexit nel quale, malgrado le indicazioni del partito, una enorme fetta dell’elettorato socialista aveva votato Leave. Il segretario ha subito durissime critiche interne a causa della sua pessima leadership e del sostegno non troppo deciso alla causa del Remain. Tali critiche sono sfociate in un voto di sfiducia dei parlamentari, passato a grande maggioranza; Corbyn tuttavia ha rifiutato di dimettersi, forte della legittimazione della base. Di conseguenza, i ribelli hanno ottenuto i consensi per delle nuove primarie, risultando sconfitti nei confronti del leader in carica. Nella descrizione dello scenario politico del 2017, occorre sottolineare l’evidente marginalizzazione dell’UKIP, il movimento anti-16486626570_248f28ccbe_beuropeista e anti-immigrazione che, guidato da Nigel Farage, era clamorosamente risultato il primo partito a livello nazionale nelle elezioni europee del 2014. Il calo dei consensi, attribuito dalla stampa all’idea che, a seguito di Brexit, l’UKIP avesse ormai raggiunto il proprio scopo, ha portato a lotte fratricide sfociate in episodi di vera e propria violenza fisica, vedasi la sconcertante rissa a Bruxelles tra due membri dell’Europarlamento.

Ad aprile, i dubbi non riguardavano l’eventuale vittoria della May, bensì solo l’entità della stessa: ci si chiedeva, infatti, se si sarebbe trattato un mero successo o un vero e proprio trionfo. Il vantaggio dei conservatori oscillava, in base ai sondaggi, tra i 15 e i 20 punti percentuali, per via della fuga degli elettori dell’UKIP e di parte degli elettori socialisti schieratisi per il Leave e ora alla ricerca di un percorso di uscita senza traumi. Pur nella sua brevità, la campagna elettorale ha visto toni molto più da bagarre all’italiana che da tè delle cinque. La May ha etichettato il proprio avversario come inaffidabile per i negoziati con l’Unione europea, asserendo che solo i Tories fossero in grado di garantire la leadership nelle trattative. Profonde divergenze sussistevano riguardo l’esito dei negoziati migliore per il Paese. A giudizio della May, lo scenario di un mancato accordo sarebbe migliore rispetto ad un accordo svantaggioso; Corbyn, invece, considerava il non raggiungimento di un accordo alla stregua di un disastro, proponendo un atteggiamento più collaborativo. In ogni caso, il capo dei Labour ha escluso con decisione l’eventualità di un secondo referendum su Brexit, nonostante il numero sempre crescente di sostenitori del Leave pentitisi. A seguito degli attentati di Manchester e di Londra, il tema focale della campagna elettorale si è spostato dalla Brexit alla minaccia terrorismo. La premier si è detta pronta a calpestare leggi sui diritti umani contro i terroristi, malgrado l’uscita dall’Unione europea metta a serio rischio cooperazione con la polizia e i servizi segreti continentali. Altrettanto decisa è stata la risposta di Corbyn, che ha cavalcato lo sgomento per gli attentati evocando le dimissioni della May per via dei tagli di budget alle forze di polizia nei suoi anni da Segretario per gli Affari Interni. Non è stato da meno Boris Johnson, ex sindaco di Londra e divenuto Segretari di Stato per gli affari esteri sull’onda di Brexit. Johnson, non nuovo ad uscite discutibili (si veda l’impasse con il nostro Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda), ha contribuito ad alzare ulteriormente i toni, accusando Corbyn di essere schierato con i terroristi.

Nel corso della campagna elettorale, la May non ha eccelso in empatia e vicinanza alla gente. La premier è sembrata spesso in difficoltà al momento di andare al di là dei consueti slogan e dei discorsi preparati ex ante. Molto probabilmente si spiega in tale ottica il suo persistente rifiuto di sottoporsi ad un confronto diretto televisivo con Corbyn: nei due dibattiti i rivali non si sono mai trovati fisicamente l’uno di fronte all’altro, limitandosi a rispondere alle domande dei giornalisti ed elettori. La May non è stata in grado di fornire risposte a tono a chi la accusava di indecisione e malleabilità. Prima del referendum per Brexit, infatti, la premier si era dichiarata in favore del Remain, pur senza particolari entusiasmi europeisti. I suoi toni estremamente duri nelle fasi preliminari dei negoziati sono parsi quantomeno incoerenti.

La certezza iniziale di una maggioranza schiacciante si è progressivamente spenta, ed è subentrata l’ipotesi che la maggioranza esistente (15 seggi) potesse crescere di poco o addirittura ridursi a non assoluta. I sondaggi, infatti, hanno mostrato un inesorabile assottigliamento del margine di vantaggio della May sui Labour. Quando Nicola Sturgeon, leader del partito indipendentista scozzese SNP, si è dichiarata disponibile ad appoggiare un governo di coalizione a guida laburista e sostenuto da liberal-democratici e verdi, la prospettiva di una vittoria di Corbyn è sembrata all’improvviso meno utopistica.

È opportuno sottolineare, tuttavia, che tra i vari sondaggi esistevano differenze di numerosi punti percentuali sull’effettiva rimonta dei Whigs. Oltretutto, i ricordi delle elezioni politiche del 2015 (nelle quali i sondaggisti gonfiarono i consensi per l’allora capo dei Labour Ed Miliband, poi sconfitto nettamente) e del referendum del 2016 (in cui il Remain è stato dato in testa fino al giorno precedente al voto) minavano la credibilità dei polls. Su un punto, però, non c’è mai stata discordanza: malgrado il calo, il partito conservatore ha sempre mantenuto la leadership rispetto ai laburisti. Del resto, 26392896430_2e4c2d6323_bnonostante le performance stentanti della May, gli esperti e gli elettori non hanno mai riconosciuto una supremazia netta di Corbyn nei dibattiti, limitandosi a rimarcare una vittoria di misura o un sostanziale pareggio. Il leader laburista ha sofferto in più occasioni i suoi toni eccessivamente soft nei confronti dell’IRA (Irish Repubblican Army, organizzazione militare che si batteva per l’indipendenza irlandese con la violenza) e di Hamas (organizzazione paramilitare palestinese, considerata terroristica da Unione europea, Stati Uniti e numerose altre nazioni). Finché la campagna laburista si fonderà su attacchi alla May per il proprio operato al governo e le proposte concrete (per citarne qualcuna, università gratis per tutti e investimenti nella sanità) resteranno vaghe in merito alle relative coperture, il movimento di Corbyn non potrà mai evolversi dallo stato attuale di forza di mera opposizione.

Per saperne di più:

 

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