Europeismo e populismo: un’analisi sociologica

C’è un punto che accomuna le ultime tornate elettorali in Europa e negli Stati Uniti. Se guardiamo ai dati delle elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria di Trump, al referendum sulla Brexit, alle presidenziali francesi e persino al referendum costituzionale del 4 dicembre, c’è un aspetto che balza agli occhi e che ci pone di fronte a degli interrogativi e a una necessità di riflessione.

Trump ha perso nettamente nelle grandi città internazionali degli States: New York, Boston, Los Angeles; ha vinto altrettanto nettamente nei cosiddetti “Rust belt States”, negli angoli remoti e poco esposti ai riflettori, quelli che il luogo comune chiama “l’America profonda”. La Brexit è stata votata nelle campagne inglesi, mentre a Londra ha vinto l’Europa. Macron ha sfondato a Parigi, Marine Le Pen nelle regioni meno urbanizzate. Allo stesso modo in Italia il sì ha vinto a Milano ma non in Lombardia (a tal proposito: Maroni vinse le regionali grazie ai voti delle valli, nelle città perse il confronto con il pur debole avversario Ambrosoli).

Si assiste quindi a un apparente ritorno della divisione Città/contado di medievale memoria. Le città appaiono sempre più aperte, progressiste, votate all’innovazione e all’inclusione e, soprattutto, hanno una fortissima connessione tra di loro, superando il concetto di Stato nazione. Le città sono di fatto oggi nodi di una rete europea e globale, interdipendenti, attive nelle relazioni, capaci di slanci di civiltà nonostante esse siano le più esposte agli attacchi terroristici.

populismo (1).jpgLa “provincia” (chiamarle campagne è riduttivo; Piacenza non è campagna, ma non è neanche più definibile città secondo i canoni contemporanei, ma neanche “provincia” è un termine esaustivo) tende a chiudersi e a sognare il ritorno di confini e barriere. E’ nelle aree meno urbanizzate che si annida la paura più forte, è lì che populismo e neo nazionalismo trovano fertile terreno, non solo elettorale.

 

Il ‘900 è stato il secolo dei totalitarismi, delle ideologie, ma è stato anche il secolo della civiltà operaia. La fabbrica (si trovasse a Milano o a Casalpusterlengo) è stato l’elemento unificante per eccellenza del secolo europeo. La divisione politica e ideologica partiva dal confronto tra capitale e lavoro, per usare termini marxiani. Il confronto/scontro portò, a partire dal secondo dopoguerra, alla creazione di quello che gli storici definiscono il modello socialdemocratico europeo. Il welfare state, le politiche sociali, le lotte sindacali da una parte, dall’altra l’incessante azione diplomatica degli stati europei per costruire un’integrazione economica e politica dell’Europa, per superare storiche divisioni e la grande paura di un ritorno della guerra. Furono elementi determinanti per garantire all’Europa il più lungo periodo di pace della sua storia. Una stagione, quella del secondo dopoguerra europeo, che ha visto nascere l’Europa come soggetto politico, come strumento per fare il passo in più decisivo: il superamento dei confini, la cessione di sovranità da parte degli stati nazionali, per alcuni il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Quel processo ebbe il culmine con i Trattati di Maastricht, ma al tempo stesso quel culmine coincise con l’inizio di una crisi che ci troviamo a gestire oggi.

Perché se da un lato i processi di integrazione politica, finanziaria ed economica continuarono a galoppare per almeno un decennio, fino alla nascita dell’Euro, la moneta comune che sembrava un sogno, dall’altro lato la fine del secolo breve segnò al tempo stesso la crisi, irreversibile, delle ideologie e della civiltà operaia. La deindustrializzazione, la rivoluzione tecnologica, l’emergere di un mondo del lavoro totalmente nuovo e non più legato al “tempio fabbrica” hanno avuto come conseguenza una frammentazione sociale, una disgregazione anche politica. Se cerchiamo un’origine dei populismi e dei neonazionalismi, dobbiamo, forse, affrontare anche questo tema, che è una delle cause, se non la principale.

Questa disgregazione ha avuto come conseguenza una nuova composizione sociologica. Da una parte le città hanno superato la crisi industriale, hanno trovato nuove vocazioni, si sono riqualificate non solo dal punto di vista urbanistico ma anche e soprattutto da quello funzionale e sociale, sapendo rimanere profondamente orientate al progressismo e all’innovazione. Dall’altra parte quella che definiamo provincia, al di là dei distretti industriali che hanno faticosamente resistito, ha faticato a ritrovare una sua dimensione, una sua consapevole posizione. In questo quadro le distanze tra città e province sono aumentate, portando anche a fenomeni di neo emigrazione interna (non solo emigrazione extra UE). Per questo oggi ci troviamo anche di fronte a un’Europa delle città e a un’Europa delle province. La sfida di chi crede nell’Europa è far sì che l’Europa delle città riesca a fungere da guida, a interpretare al meglio il suo ruolo unificante. Al tempo stesso però va ricostruito un linguaggio comune per ridurre le distanze con la “provincia”; va ricercata una koinè dialektos inedita, un nuovo patto di cittadinanza che unifichi e non divida. Vanno trovate nuove istanze sociali e politiche per l’unità di tutto il continente e non solo di una parte, per quanto importante. Una strada assolutamente da scoprire, perché l’alternativa è crogiolarci su quanto sia bello vivere a Milano o Parigi o Barcellona mentre il resto d’Europa sceglie il populismo.

A.A.P.