AND THE WINNER IS…?

 Elezioni Regno Unito 2017, analisi del voto


Giovedì 8 giugno si sono tenute le elezioni politiche nel Regno Unito. I conservatori (o Tories) hanno ottenuto 318 seggi (12 in meno rispetto alla precedente elezione del 2015), senza riuscire a raggiungere la soglia di 326 necessaria per la maggioranza assoluta. Si è venuto a creare così il cosiddetto hung Parliament, ovvero un Parlamento nel quale nessun partito ha i numeri per governare da solo. Pertanto, la leader del governo e del uk-prime-minister-theresa-may-applauds-trump-urges-caution-on-nbcnewscom_1339975partito conservatore, Theresa May, è stata costretta a formare una coalizione che includesse i 10 seggi dei nordirlandesi del Partito Unionista Democratico (DUP). La principale forza di opposizione è rappresentata dal partito laburista (o Whigs), guidato da Jeremy Corbyn, che ha guadagnato 32 seggi rispetto alla precedente legislatura, arrivando a 262. Segue al terzo posto il Partito Nazionale Scozzese (SNP), con 35 seggi. Su base nazionale, i conservatori hanno ottenuto il 42,4% dei voti, mentre i laburisti sono terminati poco dietro al 40%. Entrambi i partiti hanno ottenuto un aumento dei consensi rispetto alle precedenti elezioni generali del 2015 (rispettivamente del 5,5% e del 9,6%), da attribuire in primis al crollo del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), passato dal 14,5% all’1,8% e privato della rappresentanza in Parlamento. Interessante è l’analisi del voto per fasce d’età: Whigs e Tories sono appaiati al 43% tra gli elettori con età compresa tra 35 e 54 anni; tuttavia, Jeremy Corbyn stravince tra i giovani fino a 34 anni (63% a 27%), Theresa May compensa con il largo distacco tra gli elettori con 55 o più anni (59% a 23%). I Labour hanno vinto a Londra e in molte grandi città, mentre i conservatori hanno dominato nelle aree rurali. La nuova legislatura segna il record storico di parlamentari donne, ben 207. L’affluenza (68,7%) è stata la più alta degli ultimi vent’anni. “Non sono i risultati che speravo”, ha commentato laconicamente la premier riconfermata.

Al materializzarsi dei risultati del voto, Corbyn non ha tardato ad invitare nuovamente la rivale a dimettersi. Malgrado l’insuccesso, la May ha dichiarato senza indugio di voler formare un governo che possa portare a compimento la promessa della Brexit in un26392896430_2e4c2d6323_b momento nel quale il Regno Unito ha bisogno di certezze. Di certo non sarà una missione semplice con una leader uscita chiaramente con le ossa rotte. Il sostegno del DUP, infatti, è stato apertamente motivato dall’intento di non permettere la formazione di un governo a guida Corbyn e dall’impegno a non concedere alcuno statuto speciale all’Irlanda del Nord per restare all’interno dell’Unione europea. Ciò non rappresenta propriamente una garanzia di stabilità. La situazione non migliora se si considerano i malumori all’interno dello stesso partito conservatore, personificati dall’ex ministro del Tesoro George Osborne, che ha parlato apertamente di disastro elettorale.

Come spesso accade in Italia, al termine delle elezioni si presenta una domanda in apparenza molto semplice, ma che in realtà ottiene spesso risposte contrastanti: chi ha vinto? Si può considerare vincitrice la premier Theresa May, che conserva la propria poltrona? No. Arrivare primi non basta: i conservatori sono partiti con l’obiettivo di una maggioranza larga e stabile e si sono ritrovati a cercare sostegno esterno per raggiungere la fatidica soglia dei 326 seggi. Tale esito non è in alcun modo considerabile una vittoria. Si può allora considerare vincitore Jeremy Corbyn, che ottiene un risultato ben al di là delle più rosee aspettative solo un paio di mesi fa? No. Nemmeno la grande rimonta nei consensi rispetto a due mesi fa è abbastanza per parlare di vittoria: la netta crescita dei laburisti dipende dagli scarsi consensi di cui godevano gli stessi nei mesi precedenti a seguito della sconfitta della Brexit e degli aspri dissapori interni. La stessa logica è applicabile nel confronto con le precedenti elezioni politiche: il sostanziale aumento dei seggi conseguiti si basa sul risultato nettamente al di sotto delle aspettative di Miliband nel 2015. La vittoria tra i giovani e nei grandi centri lascia intravedere grandi opportunità per i Whigs; spetta a Corbyn mostrare una leadership che possa portare il proprio partito a non considerare un secondo posto a 56 seggi di distanza dalla destra come un trionfo.

Il quesito che forse interessa maggiormente il nostro giornale è un altro: quale sarà l’effetto sui negoziati per Brexit? Vi sono opinioni piuttosto discordanti in merito. Secondo alcuni, la sconfitta della May rappresenta una sconfitta della sua linea politica di una hard Brexit, divenuta adesso molto più complessa da realizzare. Dopotutto, i sottili equilibri politici si fondano sui nordirlandesi del DUP, dichiaratamente contrari ad un’uscita burrascosa dall’Unione europea. Altri invece pensano che l’insuccesso della premier le impedirà di liberarsi dall’indispensabile sostegno dei falchi di Brexit che spingono per il taglio di ogni ponte con il continente. C’è chi si è spinto a prevedere che la fragilità del governo potrebbe portare alla caduta dello stesso, con conseguente azzeramento di tutto il lavoro portato avanti nei processi negoziali. In realtà, vi è incertezza su quale sarà l’effettivo ruolo del Parlamento durante le trattative con Bruxelles. Come detto, il presupposto che ha spinto Theresa May al ritorno alle urne, mossa rivelatasi poi non vincente, è stato il rafforzamento del governo britannico in sede negoziale. Difficile però immaginare come l’eventuale legittimazione interna dei conservatori avrebbe potuto portare i restanti 27 Stati membri ad annacquare le proprie pretese. Va da sé che l’esito attuale rende ancora più tortuosa la strada per la premier riconfermata, alla luce della criticità dei temi sui quali sarà necessario trovare un accordo. Giusto per citarne qualcuno: i diritti dei residenti britannici nel Continente e di quelli europei nel Regno Unito, l’ammontare dei pagamenti dovuti dai britannici prima dell’uscita, l’accordo di libero scambio con il mercato unico europeo… Di certo l’Unione europea non si è fatta trovare impreparata all’esito del voto. All’indomani delle elezioni, 3infatti, il Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha dichiarato di essere disponibile ad avviare le trattative al più presto, smentendo così chi credeva che questo risultato potesse portare al rinvio dell’inizio dei negoziati, previsto per il 19 giugno. Fatti i dovuti scongiuri, i rappresentanti continentali saranno preparati anche nel caso di un’uscita senza accordo. La speranza è che i toni particolarmente duri della May fossero dovuti principalmente ad esigenze di campagna elettorale piuttosto che a reali intenzioni bellicose. Dopo il risultato deludente di quest’ultima elezione, e dopo quello catastrofico del referendum per Brexit, sarebbe il caso che i conservatori mettessero un freno alle scommesse rischiatutto a spese della popolazione britannica e iniziassero ad accettare l’idea che in politica si può arrivare alla vittoria anche attraverso il compromesso.

 

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