Caso Riina: tra legge italiana e Cedu

È stata pubblicata ieri la sentenza della Corte di Cassazione destinata probabilmente a suscitare il maggior scalpore mediatico di questo Giugno 2017, riguardante la eventuale scarcerazione in via provvisoria del pluricondannato Salvatore “Totò” Riina in virtù delle sue precarie condizioni di salute.

Il boss, condannato, inter alia, a molteplici ergastoli per omicidio e concorso in associazione mafiosa, aveva richiesto il differimento dell’esecuzione della pena e, in via subordinata, l’esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, richieste Totò-Riina-foto-segnaletica.jpgrigettate dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che considerava la persistente pericolosità sociale del Riina come preponderante rispetto alle sue esigenze di salute. Come noto, la Cassazione ha invece accettato il ricorso del difensore di Riina, stabilendo in sostanza che la decisione del Tribunale di Sorveglianza sia carente di motivazione, nonché apodittica e contraddittoria. La Corte, infatti, ha sottolineato che “in presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute del detenuto, il giudice di merito […] deve verificare, adeguatamente motivando in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena”. La sentenza richiama inoltre un “diritto di morire dignitosamente” e sottolinea l’inidoneità in concreto della struttura penitenziaria ospitante il Riina, carente del necessario letto rialzabile che permetta una degenza in condizioni accettabili, per la tipologia di patologia presentata dal detenuto in questione.

La sentenza ha naturalmente scatenato le più disparate reazioni, e c’è già chi urla allo scandalo corruzione, chi ammonisce contro la martirizzazione di quello che è un esempio per gli affiliati mafiosi e che rischia di suscitare istinti emulativi, e semplicemente si scandalizza per l’idea di lasciare a piede libero un pluriergastolano recidivo e impenitente. La decisione finale è tornata, ora, sulle spalle del Tribunale di Sorveglianza, che dovrà decidere e motivare di conseguenza, in base ai riferimenti legislativi indicati dalla Cassazione.

Non è ancora vinta, quindi, per Riina… Ma quali sono i principi normativi in suo favore?

Prima di tutto, come è chiaro, la Costituzione italiana, che all’articolo 27.3, oltre al principio rieducativo della pena, sancisce anche quello di umanità (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”), da leggere in combinato disposto con l’art. 32 sul diritto fondamentale alla salute. Pertanto, stabilisce l’art.11 dell’Ordinamento Penitenziario, “ove siano necessarie cure […] che non possono essere apprestati dai servizi sanitari degli istituti, i condannati e gli internati sono trasferiti, con provvedimento del magistrato di sorveglianza, in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura”.

Ma non è solo la nostra legge fondamentale a correre in soccorso del diritto alla salute di Totò Riina. L’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, difatti, stabilisce chiaramente che “nessuno può essere sottoposto […] a pene o trattamenti inumani o degradanti”, ponendo un parametro incontrovertibile, per quanto vago. La Cassazione, nel fare esplicito riferimento a questo articolo, sembra insinuare che le condizioni di salute del detenuto non permettano la sua permanenza nella struttura ECHR court decisioncarceraria parmense che non si risolva in un’esistenza al di sotto della soglia di dignità e umanità. E la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non si è astenuta dal pronunciarsi in innumerevoli giudizi condannando le carenze degli Stati nell’assicurare il diritto alla salute, considerato corollario del diritto alla vita e del divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, soprattutto in casi riguardanti le carceri. I detenuti, in quanto particolarmente vulnerabili, hanno diritto ad accorgimenti pari o maggiori, e la Corte Europea si è spinta fino allo stabilire che gli Stati abbiano l’obbligo positivo di assicurare una “morte dignitosa” ai propri cittadini, compresi, appunto, i detenuti e i soggetti sottoposti a misure provvisorie di privazione della libertà.

A ciò si aggiunga che anche la Corte di giustizia europea ha sottolineato come la detenzione in condizioni di grave pericolo per la salute dei detenuti posa costituire pena inumana e degradante e tramutare la detenzione in pena ingiusta, mutuando così i principi Cedu direttamente nell’ordinamento comunitario.  Nel bilanciamento tra la tutela della salute pubblica e il rispetto per la dimensione umana, lo Stato deve considerare i propri doveri di protezione verso tutti, ivi compresi coloro che sono posti sotto la sua diretta sorveglianza, come chi risiede all’interno delle carceri (ma si potrebbe anche dire che lo Stato debba tutelare soprattutto chi è in condizione di reclusione o custodia), dovendosi invece astenere dal porsi come giuria e boia di chi viola l’ordinamento. In altre parole, lo Stato non può, nella sua frenesia di far rispettare i diritti, essere lui stesso un agente al di fuori del diritto. La detenzione non sospende i diritti e le libertà tutelati ma, al contrario, proprio nel momento detentivo la Cedu spiega la sua maggior forza protettiva.

Detto questo, rimane il fatto che la pericolosità sociale di un pregiudicato mai pentito che ha dichiarato più e più volte la sua eterna fedeltà a Cosa Nostra, sebbene in stato di grave degenza, è ardua da dichiarare estinta. Perciò, sarà il Tribunale di Sorveglianza di Monza-Ospedale-San-Gerardo-vecchio-facciata-1896.jpgBologna a doversi sobbarcare l’onere giuridico, sociale e mediatico di decidere se sia giusto e necessario concedere l’esecuzione della pena presso il domicilio privato, o se sia sufficiente predisporre adeguate strutture all’interno di una struttura detentiva, lasciando che Riina sconti il resto del suo ergastolo in isolamento.