L’Europa che accoglieva: storia dei migranti d’Albania

Indajet: “Ci schedarono e ci rilasciarono un permesso di soggiorno per circolare liberamente in Italia. Oggi il meccanismo si è inceppato”


I motivi che spingono gli individui a lasciare la propria terra d’origine per recarsi in Stati esteri, sin dalla preistoria, sono ormai gli stessi: le guerre, le persecuzioni religiose o politiche e, soprattutto, la ricerca di una situazione economica migliore. Sono state, in particolare, queste’ultime due ragioni che hanno spinto una parte del popolo albanese, nel 1991, a lasciare la propria terra per raggiungere l’Europa, principalmente l’Italia, la Germania, la Francia e la vicina Grecia.

1280px-flag_of_albania-svgL’Albania oggi gode di un’economia in forte crescita e una maggior stabilità politica. Tuttavia, fino a nemmeno trent’anni fa la situazione era ben diversa. A raccontarlo, oltre ai libri di storia, è anche un uomo di 52 anni, giunto in Italia nel 1991. Il suo nome è Idajet, arrivato 25 anni fa senza nulla; oggi ha una casa, un lavoro, una moglie e tre figlie.

Idajet, per gli amici Edo, racconta che “Non è mai facile abbandonare il proprio paese, ci vuole molto coraggio. Ma, in alcuni casi, è l’unica soluzione possibile. Ho sempre sognato, sin da adolescente, di lasciare l’Albania, ma non l’ho mai fatto. Questo fino al 1991, quando avevo 26 anni, poiché temevo ripercussioni su di me e sulla mia famiglia”.

L’Albania di cui parla Edo non è quella di oggi, ma quella governata da un regime comunista che, in quanto tale, non garantiva le più basilari libertà civili e politiche. Durante gli anni del monopartitismo, il governo albanese aveva propagandato un’immagine negativa dell’immigrazione, rappresentandola come una piaga sociale frutto del capitalismo. Di conseguenza tutte le frontiere venivano chiuse e a tutti veniva impedito di lasciare il Paese. Chi tentava la fuga rischiava di mettere a serio rischio sia la propria incolumità sia quella dei propri familiari.

“Mio cognato era un ingegnere e, negli anni ’80, per motivi di studio si trasferì in Italia per qualche mese insieme a un gruppo di colleghi. Al loro ritorno, domandammo curiosi com’era l’Italia; la loro risposata fu deludente: si viveva malissimo, non c’era nulla di bello e nemmeno da mangiare. Eppure, mio cognato, era ingrassato di dieci chili. Non era colpa loro, non erano bugiardi. Erano stati obbligati a raccontare queste menzogne per continuare a farci vivere nella convinzione che l’Albania era lo stato migliore al Mondo’’.

Alla morte di Enver Hoxha, il fondatore del regime stalinista in Albania, prendeva il potere Ramiz Alia. I tentativi di Alia di affrontare la crisi economica non avevano il successo sperato. Le cause erano, principalmente, la scarsa produzione industriale, la bassa qualità dei prodotti, la cattiva gestione delle esportazioni e, soprattutto, le mancate trasformazioni sociali interne, ritenute pericolose in quanto avrebbero potuto spalancare le porte al capitalismo. Solo nel 1990, rendendosi conto della grave situazione economica, Alia iniziava a gettare le basi per una riforma sociale strutturata. Tuttavia, a causa della diffusione di statistiche false circa i livelli di produzione industriale e della grave situazione economica, Alia non riusciva ad ingannare la popolazione: gli albanesi avevano maturato una consapevolezza per cui le cifre e le promesse non avrebbero risolto la drammatica situazione di miseria in cui l’Albania si trovava. Era giunto il momento di trovare il coraggio per opporsi con forza alla classe politica filocomunista: chi meglio delle nuove generazioni avrebbe potuto assumersi il compito di rompere questi schemi di silenzio e sottomissione imposto dal regime albanese?

Nel luglio del 1990, centinaia di giovani si diressero, spinti dalla speranza di una vita migliore, verso le ambasciate di alcuni Stati europei, con lo scopo di ottenere un regolare visto, necessario per poter lasciare l’Albania. Intanto Alia cercava di riconquistare la fiducia del proprio popolo, ma il malcontento continuava a crescere. Così, Sali Berisha, fondatore del Partito Democratico albanese, prendendo il comando della ribellione, guidò le manifestazioni studentesche, con le quali si rivendicavano un mercato e una società basate sugli schemi europei. Era il febbraio del 1991 quando la popolazione insorse. Oltre 10.000 persone, giunte da tutte le regioni dell’Albania, si riversarono nel porto di Durazzo per cercare di scappare verso l’Italia.

profughi_della_vlora_in_banchina_a_bari_8_agosto_1991Cominciava, così, il grande esodo, che vedeva giungere nel Bel paese migliaia di persone affamate e in cerca di lavoro. In Albania, la situazione faticava a tornare alla normalità; infatti, nelle settimane successive, centinaia e centinaia di albanesi, quotidianamente, si imbarcavano su mezzi di fortuna (mercantili, pescherecci e zattere) per raggiungere la loro “Terra promessa“, l’Europa.

“Eravamo i primi ad essere arrivati in Italia. Così numerosi, ci schedarono e ci rilasciarono un permesso di soggiorno per poter circolare liberamente in Italia. Purtroppo, oggi non funziona più così: il meccanismo si è inceppato. Oggi, i migranti arrivano in cerca di una vita migliore, proprio come noi all’epoca, ma non la troveranno. Noi non scappavamo da una guerra, ma da una situazione insostenibile, eppure ci hanno accolti e aiutati. Ora, invece, gente che sta peggio di come stavamo noi, non viene accolta. Di tutto questo è complice la crisi, ma anche i partiti anti-immigrazione”.

Negli ultimi anni, l’Unione Europea ha stanziato numerosi fondi con lo scopo di aiutare i migranti che arrivano in Europa. È necessario ospitare chi proviene da situazioni tragiche e dobbiamo considerare queste persone come una risorsa e non un problema.

L’obiettivo è sempre lo stesso: costruire insieme un’Europa più unita e senza muri.