Ceuta, dove inizia l’Europa

La città di Ceuta è un elemento strano della geografia europea: soltanto un puntino sulle carte geografiche, quest’enclave, spagnola in tutto e per tutto, sorge su un lembo di terra sulla costa africana, contornata a sud dal Marocco e sfiorata a nord dalla città di Gibilterra.

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Il controllo spagnolo sulla città, residuo dell’epoca della riconquista della Penisola Iberica, è percepito in modo particolarmente forte dalla popolazione, che, anche in reazione alla particolare posizione geografica, prova un fortissimo sentimento patriottico, il quale si esprime anche con un’architettura urbana e uno stile di vita che nulla hanno a che fare coi circostanti territori marocchini. Proprio la peculiare collocazione della città, unico confine terrestre tra uno Stato membro europeo ed uno africano, insieme all’affine Melilla, la rende una meta particolarmente gettonata per i migranti in arrivo dal cuore dell’Africa. Questi, dopo lunghi e pericolosi viaggi attraverso il continente, il deserto, e lo stesso stato del Marocco, giungono alle porte della città alla ricerca di una vita migliore.

Flussi così ampi di persone sono certamente complessi da gestire. La Spagna ha risolto la situazione in modo molto diretto: Ceuta è stata trasformata in un fortino quasi inespugnabile. Otto chilometri di recinzione alta sei metri, sovrastata dal filo spinato e circondata da un fossato, il tutto regolarmente vigilato da sentinelle armate della Guardia Civil spagnola. Nonostante i massicci provvedimenti presi dalla Spagna, in particolar modo negli ultimi dieci anni (col governo del socialista Zapatero), gli verjamelillascavalcamenti del muro sono eventi frequenti, spesso condotti da centinaia di persone; basti pensare ai 400, di 800 che avevano tentato l’assalto, che sono riusciti a passare lo scorso febbraio. Le intrusioni e i tentativi di intrusione, spesso, si riverberano in rimpatri e respingimenti. Queste procedure sono condotte con violenza e, talvolta, avvengono in violazione dei più basilari diritti umani, tanto da parte delle Guardia Civil spagnola, quanto dalla polizia marocchina.

I maltrattamenti portati a termine dalle forze di sicurezza spagnole e turche hanno sollevato numerose critiche, in particolar modo dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Quest’ultimo ha lamentato un eccessivo uso della forza da parte dei due Stati, colpevoli di condurre una politica di espulsione affrettata ed esposta al rischio di confondere migranti irregolari e rifugiati coperti dal diritto d’asilo,quindi non legalmente passibili di rimpatrio. Inoltre, ciò che ha destato molto scalpore a livello internazionale sono i fatti del 7 ottobre 2005, quando tra i tredici e i diciotto migranti (su questi numeri le fonti sono discordi) hanno perso la vita durante un tentativo di scavalcamento. In questa occasione, sia le forze militari spagnole sia quelle marocchine hanno sparato sulla folla, provocando, oltre alle vittime, anche 50 feriti.

Col tempo la Spagna, supportata economicamente dall’Unione Europea, ha proseguito sulla strada della chiusura. Il governo spagnolo ha, infatti, stanziando ulteriori fondi per il rafforzamento delle barriere e ha siglando accordi col Marocco per prevenire i tentativi d’intrusione e per porre più sorveglianza alla baraccopoli, chiamata con disprezzo “LaGiungla”, ai confini della città.

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Ceuta rappresenta un esempio di come l’Unione Europea ritenga necessario l’utilizzo di barriere per contenere le ondate migratorie. Con il caso di questa enclave, l’UE ha dimostrato di avere successo nel proprio obiettivo, andando tuttavia a creare situazioni difficili per i migranti: abbandonati in una baraccopoli e respinti, per giunta con l’uso della violenza, anche se aventi diritto all’asilo. Tuttavia, con l’introduzione di nuove misure, l’UE sta tentando di trovare una soluzione alla questione; con quanta efficacia questo avverrà, dipenderà soltanto dagli Stati membri.

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