Accordo UE-Turchia: facciamo il punto della situazione

Un percorso travagliato che porta al raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Unione Europea e Turchia. Questa è la situazione attuale.


Nella giornata del 29 novembre 2015, la Turchia e l’Unione europea siglavano un patto destinato ad essere molto discusso nei mesi a seguire. Il controverso accordo riguardava la collaborazione tra la Repubblica turca e l’Unione per una più efficiente gestione dei flussi migratori attraverso l’Egeo, e comprendeva un’intensificazione dello sforzo turco per fermare i migranti irregolari diretti, principalmente, in Grecia, a fronte di un impegno europeo a riaccendere le trattative per l’accesso della Turchia all’Unione, effettuare una liberalizzazione dei visti (vale a dire la soppressione dell’obbligo del visto per i cittadini turchi nello spazio Schengen), creare un’unione doganale e versare tre miliardi di euro ad Ankara come rimborso spese per il disturbo.

Belgium_Britain_Conce_SharIl patto è stato poi seguito da una dichiarazione, in data 18 marzo 2016, nella quale le parti hanno riconfermato e rinvigorito gli impegni collettivi, stabilendo che “Per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all’UE tenendo conto dei criteri di vulnerabilità delle Nazioni Unite”. Il tutto, condito dalla promessa europea di erogare ulteriori tre miliardi, per un totale di sei miliardi, al fine di finanziare il l’impegno umanitario assunto da Erdogan.

Ma qual è la situazione attuale dell’accordo UE-Turchia, alla luce dei recenti sconvolgimenti politici avvenuti nello Stato eurasiatico? E quale sarà l’impatto non solo sull’afflusso di migranti verso l’Europa, ma anche sulle condizioni di chi rimarrà in Turchia? Sono domande complesse che richiedono analisi complesse e, a quanto sembra, l’Unione non ha per ora una risposta concreta. Le tensioni in Medio Oriente sembrano, da un lato, aver riacceso antichi attriti e, dall’altro, aver congelato i rapporti diplomatici in molte direzioni, lasciando una situazione sospesa nella quale nessuno vuole assumersi la responsabilità della prima mossa.

Se non si può, quindi, azzardare previsioni su un futuro che si profila sempre più incerto, è però possibile osservare la panoramica attuale ed analizzare qualche dato contingente. Un primo elemento è, probabilmente, la perdita di interesse della Turchia a concretizzare la volontà di diventare uno Stato membro dell’Unione. E, si potrebbe aggiungere, questo calo di interesse dovrebbe essere reciproco, alla luce della sospensione da parte del Governo turco delle garanzie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e dalla Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici. Il golpe fallito tra la notte del 15 e 16 luglio 2016 ha, infatti, guidato la Turchia ad un’importante devoluzione del suo stato di diritto, con la conseguente img-echr-logoproclamazione dello stato di emergenza. A quest’ultimo è seguita, quindi, l’attivazione della clausola di sospensione (contenuta nell’art. 15) della Cedu. Questa, ha permesso alla Turchia di mettere in stand-by, per un limitato periodo di tempo, la tutela di alcuni diritti umani, con l’unico limite di rispettare la proporzionalità e la necessità degli atti portati a termine. Nonostante la sospensione della Cedu, la Turchia deve comunque rispettare il cosiddetto nocciolo duro di diritti umani, cioè quella categoria di diritti (diritto alla vita, divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti, divieto di schiavitù e il principio nulla poena sine lege) che sono considerati intrinseci al genere umano e mai comprimibili alle esigenze dell’interesse pubblico superiore. Chiaramente, com’è noto a tutti, tutto ciò non avviene. E, a sostegno di quanto detto, il Presidente Erdogan non ha escluso la possibilità di ripristinare la pena di morte nel Paese.

La suddetta sospensione, per quanto lecita formalmente, potrebbe senza dubbio raffreddare ulteriormente i rapporti e inficiare la procedura di accesso, innanzitutto alla luce del fatto che il rispetto per la Cedu è ormai parte integrante dei principi fondamentali dell’Unione. Se a ciò si aggiungono le recentissime ed eclatanti frizioni diplomatiche con Germania e Paesi Bassi e l’esito del referendum costituzionale che ha trasformato la Turchia in una Repubblica Presidenziale dai tratti autoritari, appare chiaro che per il momento l’ingresso nell’Unione è a dir poco chimerico. Ma, c’è da dire, la Turchia non pare preoccuparsene più di tanto.

Al contempo però non si ferma il finanziamento dei sei miliardi, sotto quello che le malelingue definiscono il ricatto della Turchia, che minaccia di sospendere i controlli dei flussi di siriani dalle sue frontiere verso l’Europa. Né tanto meno cessa quello che è un vero e proprio traffico legalizzato di migranti nell’Egeo: il respingimento dei siriani dalla Grecia verso la Turchia, e il parallelo reinsediamento in altri Paesi europei di profughi siriani. Secondo il report di aprile 2017, si conta che dalla data di avvio del 4 aprile 2016 siano stati finora reinsediati nell’UE dalla Turchia, nell’ambito del meccanismo, 4.618 siriani, a cui presumibilmente fanno fronte altrettanti respingimenti.

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Ma se questo serve ad alleviare le fatiche di Atene, stremata da un’emorragia di sbarchi, non manca comunque il rovescio della medaglia. Come hanno evidenziato più volte Human Rights Watch e Amnesty International, Ankara si è macchiata di numerose violazioni dei diritti dei migranti, sotto il velo dello stato di emergenza e della conseguente sospensione delle garanzie Cedu. E neppure alcune relazioni ufficiali mancano di notarlo, seppur velatamente.

Se la situazione dovesse perdurare o, peggio, aggravarsi, è possibile che il patto UE-Turchia ne risenta e che i rapporti bilaterali vengano incrinati gravemente. In caso contrario, infatti, l’Unione rischierebbe di farsi complice di quelle stesse violazioni e, al contempo, di violare lei stessa il principio internazionale di non-refoulement, sancito dall’art.33 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, secondo il quale “Nessuno Stato contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche“.

Per ora, però, le speculazioni sul futuro del patto restano solo ipotesi, e tutti i giocatori attendono gli sviluppi della partita per stabilire la prossima mossa. La speranza è, ovviamente, che la Turchia si riassesti in un assetto di pace e di Stato di diritto, in linea con i principi europei, e che si possa al più presto trovare un equilibrio che permetta di non speculare, economicamente e politicamente, sulla pelle dei migranti.